Privacy Policy

Villafranca in Lunigiana e Bagnone

E’ piuttosto difficile accorgersi che presso un’ansa del Magra, quasi dirimpetto del castello di Lusuolo, un’ampia radura cela la chiesa romanica di Santa Maria di Fornoli. Eppure, è possibile scorgerla da tutte le tre grandi arterie che solcano la Lunigiana: dalla autostrada della Cisa, presso l’area di sosta di Lusuolo, dalla vicina statale 63, e dalla ferrovia che vi corre a poche decine di meri. Questa piccola chiesa di pietra squadrata, perfettamente intatta, con l’abside allineato al sorgere del sole, l’antico ospitale per i pellegrini è ancora lì, dove un tempo era il guado del fiume. Il tempo e gli uomini l’hanno dimenticata ed è rimasta intatta, come dieci secoli or sono. Diversamente è occorso al castello di Malnido, in Villafranca, che è oggi un immenso cumulo di macerie, separato dal borgo dalla strada ferrata. Non più di cinquant’anni or sono era ancora intatto, comunque non in condizioni peggiori di molti altri castelli. Si potevano ancora notare, racchiusi nelle possenti mura, i loggiati, gli edifici di residenza, il grande mastio quadrato. La guerra ha distrutto quello che fu il castello di Corrado Malaspina, cantato da Dante nel Purgatorio, VIII,(115-129): “se novella vera di Val di Magra o di parte vicina/ sai, dillo a me, che già grande là era./Fui chiamato Currado Malaspina;/ non son l’antico, ma di lui discesi:/ a’ miei portai l’amor che qui raffina./ – Oh! – diss’io lui – per li vostri paesi /già mai non fui; ma dove si dimora/ per tutta Europa ch’ei non sien palesi?/ La fama che la vostra casa onora,/ grida i segnori e grida la contrada,/ sì che ne sa chi non vi fu ancora;/ e io vi giuro, s’io di sopra vada,/ che vostra gente onrata non si sfregia/ del pregio de la borsa e de la spada.”. Villafranca, tipico borgo di fondazione della rivoluzione agricola del XII secolo, conserva ancora tratti di un passato nobile ed antico, quando era la capitale dei Malaspina di Lunigiana. Nella parte nord del borgo, dove ha sede il Museo Etnografico della Lunigiana, sono ancora visibili abitazioni e mulini medievali, sebbene i duri bombardamenti aerei del ’44 ne abbiano sconvolto il tessuto originario. E poco distante da Villafranca, al Merizzo, ha sede un piccolo museo, che raccoglie la significativa storia dell’Antifascismo lunigianese. Chi invece risalga per la selva di Filetto, selva che ricorda l’antica realtà di un territorio già sacro ai liguri-apuani, luogo di ritrovamento di numerose statue stele, teatro di dissodamenti e colture a partire dalla rivoluzione agricola del XI secolo, incontra l’antichissimo borgo di Filetto, ancora racchiuso dalle mura medievali. Fortezza altomedievale, costruita dai bizantini secondo i canoni architettonici di Vitruvio, cinta da mura e da torri angolari, con al centro la piazza d’armi e la chiesa castrense dedicata ai Santi Giacomo e Filippo. Su questa prima, originaria pianta, tuttora percepibile in piazza del Pozzo, quasi per germinazione, si saldarono lentamente i borghi e, dopo la distruzione di Filetto nel 1399 per opera delle truppe del Duca di Milano, si cinse finalmente il borgo di nuove mura nel 1453. Al 1563 risale l’ultimo decisivo intervento urbanistico sul borgo: la costruzione delle due monumentali porte di accesso e il trasferimento della chiesa nella nuova, ampia piazza. Passato dai Malaspina agli spagnoli (1616) e da questi agli Ariberti di Cremona (1641), fu da questi arricchito con la costruzione del palazzo marchionale che un loggiato a tre archi collega alla parte medievale e col convento dei frati ospitalieri di San Giovanni di Dio. Dal medioevo si ripete, per San Ginesio, una fiera medievale tra le maggiori di Lunigiana, che ancor oggi richiama folle di turisti attratti dalla spettacolare ambientazione nel borgo medievale. Poco distante da Filetto è il castello di Malgrate, che sorge su una collina terrazzata di vigne. La torre con sei piani voltati collegati da scale retrattili, il sistema piombate e il mastio, o meglio quel che resta del mastio che in origine doveva avere tre piani, le feritoie a saettiere della cinta trecentesca, la seconda cinta cinquecentesca e la porta, ne fanno un magnifico esempio di arte militare. La torre cilindrica duecentesca, alta 26 metri, domina gran parte della media valle del Magra e la rocca, accuratamente restaurata nell’ambito del progetto per la salvaguardia dei castelli di Lunigiana è sovente utilizzata nell’ambito di manifestazioni culturali estive. Non dissimile da Malgrate è il castello di Treschietto, parte integrante dell’asse militare-difensivo voluto dai Malaspina tra XIII e XIV secolo. Di esso possiamo ancora ammirare la Torre cilindrica e i resti del cassero e delle mura perimetrali, ed una chiesa con abside tardo-romanica. Piccolo feudo tra i domini granducali, con giurisdizione su Corlaga e su Iera -dove sono visibili i ruderi di una torre medievale- fu proprietà del marchese Giovan Gasparo Malaspina che si macchiò di efferatezze tali da permeare storie e leggende lugubri in tutta la valle.

Bagnone, uno dei luoghi più suggestivi della Lunigiana, offre una inusitata prospettiva del suo castello che sovrasta l’antico borgo. Menzionato nel 963 da un diploma di Ottone I, faceva parte dei domini temporali dei vescovi di Luni. Conteso dai Malaspina e a questi passato attorno alla metà del ‘200, fu dotato di un impianto fortificato simile a quelli di Malgrate e Treschietto. Ne rimane testimonianza nella torre cilindrica, mentre il restante corpo fortificato fu adibito a fini residenziali dopo la dedizione di Bagnone alla Repubblica fiorentina nel 1471. Più volte rimaneggiato, in particolare dalla famiglia Noceti cui fu donato dai fiorentini, ha l’aspetto di una dimora civile, con ampio giardino e vasti spazi residenziali. Il borgo sottostante si caratterizza per l’eleganza degli quattro-cinquecenteschi poggianti sopra porticati, tipici delle residenze di commercianti ed artigiani; di estremo interesse la villa ottocentesca della famiglia Quartieri, praticamente appoggiata al borgo medievale, con un ampio giardino sopraelevato. Se il castello di Virgoletta, parte integrante del borgo, ha subito ampi rimaneggiamenti, e solo di recente un’attenta opera di ripristino sta rivelando le originarie strutture architettoniche, il castello ormai consacrato al culto della rinascita dell’interesse per questa importante parte della nostra storia è quello di Castiglione del Terziere.

Il castello e il borgo di Castiglione del Terziere, ormai da qualche anno mèta di un vivace pellegrinaggio di turisti e di studiosi, è l’esempio di come far rivivere un castello significhi anche far rivivere il territorio circostante. Centro di studi e di importanti appuntamenti culturali, il restauro accurato ha donato al castello una bellezza forse sconosciuta nel passato. Dapprima rocca dei Corbellari, feudatari minori delle consorterie premalaspiniane, quindi castello malaspiniano poi conquistato da Castruccio Castracani che qui risiedette come vicario imperiale nel 1321, e ancora residenza di Franceschino Malaspina, capitano di guerra dei fiorentini contro il Duca di Milano che ristrutturava la rocca, fu nel 1404 punto avanzato dei possedimenti fiorentini in Lunigiana. Inutilmente assediato dal Piccinino nel 1437 divenne, dal 1451 sede del Capitanato di Giustizia fiorentino in Lunigiana. In seguito si procedette per un secolo e mezzo all’adeguamento della rocca alle nuove funzioni di governo civile con l’ampliamento del borgo sottostante che ospitava artigiani e mercanti ma, quando nel 1635 Fivizzano divenne la sede del Capitanato fiorentino, Castiglione aveva ormai perso di importanza. L’imponente palazzo dalle trifore marmoree, col grande torrione quadrato e il borgo murato sottostante cui si accede da una porta robustamente fortificata, han ritrovato splendore in tempi recenti. Gli interni, splendidamente arredati e ben diversi da quelle poche masserizie lamentate da tutti o quasi i capitani fiorentini, compongono lo spazio con gusto e raffinatezza. Ma sono le preziose librerie il vero cuore del castello. Vi si conservano libri pregiati e rari, sovente sottratti alle fiamme distruttrici dell’ignoranza, quando in Lunigiana qualcuno intendeva la modernità in modo curioso, credendo che volumi pregiati, raccolti e conservati per più generazioni, fossero ormai utili solo per accendere il camino.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi