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Storia della Provincia di Massa e Carrara

“Dacché il destino dell’uomo fu quello di vivere coi sudori della fronte, ogni regione civile si distingue dalle selvagge in questo, ch’ella è un immenso deposito di fatiche. La fatica costrusse le case, li argini, i canali, le vie. Sono forse tremila anni dacché il popolo curvo sui campi di questa primitiva landa la va disgombrando dalle reliquie dell’asprezza nativa”.

Carlo Cattaneo, or sono 150 anni, descriveva lucidamente la realtà di una più che millenaria antropizzazione del territorio che ben si attaglia a quanto sarà detto di seguito.

Affrontare la storia e il presente di un territorio richiede la consapevolezza di una disamina storica che, astraendo dalla semplice descrizione illustrativa, sappia raccontare le strutture e le persistenze storiche di una complessa e spesso discontinua attività di umanizzazione.

Dalle cime dell’Appennino alle Apuane, dalle dolci colline terrazzate a vite ed ulivo fino alla pianura costiera, il territorio ha una propria storia profonda, rivelata dalla peculiare bellezza e complessità del proprio paesaggio; e leggere il paesaggio significa cogliere la ricchezza delle permanenze intessute strettamente alle moderne modificazioni.

Il paesaggio, anzi, i paesaggi che compongono la provincia di Massa e Carrara propongono fedelmente le tracce della propria storia, le diverse fasi di modificazione del territorio e degli insediamenti umani in una scansione quasi cronologica, racchiudendo la ricchezza rara di poter mostrare passato e presente nella infinita modulazione dei toni e delle fasi di passaggio da un’epoca all’altra.

Nella non omogeneità di questi paesaggi, sovente contraddittori e distanti tra valle e valle, possiamo trovare la complessa sintesi dell’insieme: una sintesi non monocorde, senza bruschi passaggi tra epoche diverse e storicamente lontane tra loro. Possiamo ancora trovare quelle differenze che furono una delle inestimabili ricchezze del paesaggio italiano così care ai viaggiatori stranieri dei secoli trascorsi.

Le bellezze paesaggistiche delle terre apuane non erano sfuggite, nel passato, al lusinghiero giudizio di illustri viaggiatori: Petrarca ricorda così Massa nell’Itinerarium Syriacum: “Fluvius deinde re et nomine frigidus, acquis arenisque perlucidus, secus Massam amoenissima terram descendit in pelagus” e due secoli dopo Leandro Alberti ne da una descrizione compiuta, di città che è quasi giardino naturale “… pieno di chiari et freschi rivi, di amenissime colline, di folti boschi di cedri, d’aranci e d’olivi…”, descrizione che torna anche nelle pagine pascoliane, tre secoli dopo. E ancora, l’incanto dei luoghi non sfuggì a Dante, che così celebra nella Commedia l’indovino Aronte e le cave di marmo, sua dimora: “Aronta è quei ch’al ventre li s’atterga,/ che ne’monti di Luni dove ronca/ lo Carrarese che di sotto alberga,/ ebbe tra i bianchi marmi la spelonca/ per sua dimora onde a guardar le stelle/ e l’mar non li era la veduta tronca” (XX, Inf., 46-51)

E le cave di marmo, meta di artisti e viaggiatori famosi fin dal ‘300, divengono una tappa tradizionale del viaggio in Italia delle maggiori personalità del mondo della cultura, dell’arte, della politica di tutta Europa partire a dalla grande stagione artistica del Neoclassico. Ad attrarli è il marmo, quasi segno imprescindibile di civiltà e d’arte, del gusto e dell’ eleganza nella sua forma compiuta e levigata: a fare da contrappunto, i luoghi danteschi, quasi lunari, dove la bianca materia fiorisce e si cava.

Le cave apuane entrano a pieno titolo dentro l’immaginario delle bellezze geografiche che l’Italia, da poco riunificata, propone a se stessa e al mondo. In uno dei più noti e diffusi libri sulle meraviglie paesagistiche d’Italia, il Bel Paese di Antonio Stoppani (Milano, 1878), amico di grandi fotografi dell’epoca quali Vittorio Sella e Francesco Negri, ritroviamo immagini che hanno ancora la lucentezza nitida della scoperta e che descrivono ghiacciai e vulcani di fango, fontane di fuoco e la fosforescenza del mare insieme alla poetica bellezza “delle Alpi Apuane, del Vesuvio, dell’Etna” nonché una accurata descrizione del lavoro alle cave di marmo.

Come potevano questi luoghi sfuggire all’occhio indiscreto di quel piccolo esercito di fotografi, spesso sconosciuti che, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, inizierà la raccolta delle “bellezze naturali e paesaggistiche” della penisola, fino a comporre un mosaico di stereotipi visivi tenaci al punto di sostituire, per sempre o quasi, luoghi e paesaggi reali? Tantomeno sfuggirono all’occhio attento di Carlo Emilio Gadda, che mezzo secolo più tardi così tratteggiava il lavoro nelle cave di marmo ne Le Meraviglie d’Italia: “E gli uomini della fatica e del fermo coraggio sono alla ‘lizza’: uno scivolo, un piano inclinato nello scheggiame e nel tritume: un greve e bianco cubo vi si affaccia dal ripiano della cava e quasi pencola, in sommo: discende lenissimo, per piccoli strappi inavvertiti: cade un centimetro alla volta, imbragato nei cavi: sdrucciola sulle tavole saponate che si appoggiano a traverse di legno, arriva allo spiazzo dopo ore, dopo giorni. I cavi, tesi come le corde d’ una guitarra, sono arrotolati in alto sui loro ancoraggi, a cui l’aderenza dei molti giri li avvince: gli uomini mollano il capo libero, sì che uno scorrimento possa verificarsi, minimo, impercettibile.”

La trasformazione del territorio, processo continuo ed ininterrotto, è una sorta di specchio che restituisce gli eventi umani che vi si sono svolti e che vi si svolgono. Naturale palcoscenico della città, le cave segnano quasi un disequilibrio percettivo, esprimono una forte luce riflessa in esatta opposizione a quella solare, dominano e incombono sulla città e sul territorio, punto obbligato di riferimento in un orrizzonte compiuto e chiuso tra montagne e mare.

Una dimensione che origina colori e contrasti nitidi, incisi, sovente violenti, in totale assenza di quella indefinitezza che è propria di molte vedute paesaggistiche.

“A bianchi marmi, e a la quiete alpina, / tra lecci per il fusto esil sonanti, / Apua, ninfa, io richieggio pellegrina / ispiratrice di silvestri amanti. / Apua, che in vetta siede mattutina / e sole e nebbie tesse; o su scroscianti rivi / al seren crepuscolo declina / col fiato e il salto de le volpi erranti.”

Così Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, viandante e poeta, tratteggiava questa visione in una sua lirica del 1902. Ed è ancora Ceccardo che ci introduce, in una lirica del 1907 dedicata a Luigi Campolonghi, al paesaggio rurale di Lunigiana: “Tra l’Alpe, amico, che ardua si scheggia, / cui di rosso baglior vespere avviva, / e il Magra che frange l’umil riva/ ancor la tua Scorcetoli biancheggia? / E Monteluscio d’un pallor d’oliva/ dietro s’ammanta?: ancor l’argine frondeggia / di pioppi, amico, dove l’autunno echeggia/di zirli tra la nebbia fuggitiva.”

Il paesaggio agrario della Lunigiana, particolarmente di quella “medicea”, conserva a tratti le strutture tipiche dell’ancien régime. Nella parte di fondovalle primeggia ancora l’“alberata” di tipo toscano, introdotta durante il governo granducale, frammista a campi di colmata disegnati dai pioppi piantati in prossimità dei canali di scolo; in queste colmate campi dorati di cereali, e sovente, al pascolo, capi di bestiame bovino. Il segno del costante intervento umano nella regolazione del fattore idraulico delle valli, la coltura mista ad olivo, vigna, grano e fino a qualche decennio addietro il gelso. Verso le colline subito prospicienti la campagna alluvionale, un crescendo di numerosi terreni lavorati a “terrazzamento” e “tagliapoggio”, a superficie unita e a tagliapoggio divisa in cilioni; forma prevalente questa, atta a favorire il maggiore sfruttamento possibile dei terreni. E infine la sodaglia contornata da fitte boscaglie di cerro, faggio e castagno fino alle pendici montane. E sul castagno, sulla sua coltura e sul suo prodotto si basava essenzialmente la vita e la cultura di tutti i paesi della valle.

Il Sereni nota giustamente che “l’estrema varietà e complicazione di situazioni e di rapporti” che è caratteristica della via di sviluppo all’italiana del capitalismo nelle campagne non consentirà una produzione agraria crescente con una popolazione agricola decrescente; anzi la popolazione resterà spesso stazionaria e con tendenza all’ aumento: “Si tratta, in realtà, di una massa crescente di lavoratori che, espulsi di fatto dal processo produttivo agricolo per effetto dei progressi della tecnica e dello sviluppo capitalistico, restano disperatamente attaccati al loro piccolo appezzamento, impiegandovi con strumenti rudimentali un lavoro non qualificato e scarsamente produttivo, per sfuggire alla assoluta disoccupazione in un paese la cui evoluzione capitalistica non offre loro occupazione nell’ industria”. Queste parole racchiudono il senso di una centenaria storia di emigrazione e di ritorni.

Che sia un pregio od un difetto, la Provincia di Massa e Carrara è un territorio che può essere compreso all’interno di un orizzonte compiuto. Il massiccio delle Apuane domina coi suoi contrafforti l’intera regione e da qui, in una piacevole passeggiata autunnale o primaverile fino alla sommità del Monte Sagro è possibile abbracciare con lo sguardo l’intera regione e molto più perché, se si incontra, com’è frequente, una giornata tersa, si può osservare il sole che scolpisce il profilo delle Alpi Marittime, il Monte Rosa e l’intero arco Appennino settentrionale a nord, buona parte della costa e le isole dell’arcipelago toscano, nonché le montagne della Corsica, verso sud. Regione prevalentemente montuosa quindi, con una pianura fertile spezzata da subitanee montagne che tanto colpirono la fantasia degli antichi. Da Monte Marcello, primo contrafforte di terra ligure, si gode quasi per intero lo spettacolo delle Alpi Apuane. La breve pianura costiera, formatasi nei millenni, ha ancora piccoli spazi, oasi di natura non sottomessa dove si incontrano rari uccelli migratori, come l’airone e il cavaliere d’Italia. Le dune sabbiose che caratterizzavano il litorale apuano fino agli anni Venti-Trenta del secolo non sono più, e durante l’estate lungo le spiagge sabbiose il popolo colorato dei bagnanti si distende al sole lungo un ampio arenile che si svolge per chilometri.

Oggi, nella pianura che fino a trent’anni fa manteneva ancora intatti i caratteri della centuriazione romana, si sono allungate le città apuane che verso il mare hanno trovato la nuova direttrice di espansione, con soluzioni urbanistiche non sempre appropriate e in una quasi totale soluzione di continuità che rende sempre più difficile non vedere una sorta di area metropolitana diffusa lungo la costa che raccoglie ormai la più alta densità abitativa della Provincia. La macchia piantata dai Cybo non divide più la fertile pianura dal mare. Segno dei tempi che cambiano, bisogno indifferibile di una moderna società industriale, la ferrovia Genova-Roma e l’autostrada Genova-Livorno – la prima costruita a partire dal 1862 e la seconda realizzata 110 anni dopo – sono le arterie dove scorre la linfa della moderna società industriale. Si stende nel mare, per quasi un chilometro, il porto, tra i più attrezzati e moderni d’Europa; al posto dei velieri del marmo, da tempo consegnati alla memoria, moderne navi mercantili arrivano e partono per le principali rotte marittime dei cinque continenti. Alcune sono state costruite nei nostri cantieri, e sono tra le più moderne, ben lontane da quelle progenitrici che cinquant’anni or sono avevano lo scheletro dello scafo sorretto da pali di legno e venivano chiodate e ribattute con perizia artigianale. La zona industriale, chimica e metalmeccanica ha lasciato perlopiù enormi edifici vuoti, quasi ossame disteso ad imbiancare sotto il sole. Al suo posto si è affermata una vivace realtà di piccole imprese legate al settore del marmo, alla meccanica, alla cantieristica, all’informatica, sovente all’avanguardia a livello mondiale. Non è retorica. Eppure questo paesaggio ha ancora molto di arcaico, perché in fondo non è cambiato nelle sue linee essenziali. Basta poco, basta discostarsi dal centro abitato, per affondare in ritagli di paesaggio che hanno una storia antica, dove la natura si riappropria instancabile del suo dominio, e non è raro il vedere la poiana volteggiare sulle periferie delle città. Dove c’era una grande cokeria un tempo c’erano acquitrini: adesso sono tornate le canne a torcersi sotto il vento, perché mezzo secolo è nulla in confronto alla lunga storia di millenni. Adesso fiumi e fossi, ripopolati da anguille e pesci, corrono più puliti rispetto a dieci, venti anni fa e anche il mare può vantare ottimi livelli di balneabilità. Lo sviluppo industriale e la veloce modernizzazione economica non hanno intaccato le forme originali dei luoghi e basta compiere meno di dieci chilometri per ritrovarsi all’interno di ambienti naturali quasi intatti, se per ‘intatti’ si intendono le modificazioni che l’uomo nei secoli ha prodotto sul territorio al fine di sottometterlo a coltura. L’enorme opera di terrazzamento, durata secoli, cede oggi alla fitta boscaglia di ceduo e sempreverde; il pinastro colonizza vecchie vigne, castagneti in abbandono, e il faggio ricopre, sulle pendici delle montagne, terreni un tempo dissodati per il pascolo e le colture. L’oliveto si dirada, e al suo posto nascono macchie di cerro. Ai margini delle città il paesaggio torna ad assumere, anche con nuove specie vegetali, aspetti arcaici, annullando secoli di dissodamenti e colture. Per uno strano destino, le coltivazioni che fino a trenta anni fa ricoprivano tutti i colli fino alle pendici delle Apuane, oggi sono piccole macchie regolari nell’intrico di nuovi boschi. Le aspre valli di Forno o di Vinca assumono sempre più l’aspetto dei paesaggi della narrazione ariostesca.

Contraddizioni non dissimili da quelle di tante parti del Paese, che sovente hanno trasformato il profilo dell’Appennino intero, dove è tornato il lupo, il capriolo, e il grande cinghiale dei Balcani. Non è dunque possibile dare un’immagine astratta e sublimata del territorio, celandone le contraddizioni tra vecchio e nuovo, l’antagonismo tra un passato antico e un moderno sviluppo non sempre rispettoso dell’ambiente e degli uomini. Forse, per fortuna o per pregio, il nostro territorio ha polarizzato e concentrato questi aspetti, riuscendo, magari senza volere, a non dissolvere la propria identità, il proprio passato. Per l’appassionato di cammei, di ritagli del passato, la Lunigiana che si srotola veloce lungo l’Autocamionale della Cisa o la ferrovia Parma-La Spezia offre scorci indimenticabili e qualche contraddizione tipica della modernità. Ma basterebbe fermarsi, uscire dalla grandi arterie delle comunicazioni moderne, addentrasi anche per poco all’interno di una valle per scoprire castelli o borghi murati che sono ancora lì, fermi in una immobilità secolare a malapena scalfita. Borghi semi vuoti prosciugati da decenni di emigrazione, castelli in rovina che solo da pochi lustri, una assidua e lungimirante volontà di pochi studiosi assorti o di qualche amministratore attento, ha restituito a tutti come inestimabile patrimonio e risorsa. E’ iniziato così un lento recupero, si è riscoperto l’amore per la conservazione, per l’intervento mirato a ridare splendore ad edifici in rovina, prossimi all’essere solo vestigia. E questo amore si è diffuso tra i più giovani, qualcuno è tornato alla terra, ma con ragioni nuove. Una nuova, importante attenzione del turismo, un tempo fenomeno raro o quasi sconosciuto in molte delle nostre zone, ha donato speranza a mestieri antichi e quasi scomparsi, ha ridato senso alla ripresa di vecchie colture. Dalla speranza di lavoro in insediamenti industriali mastodontici o di un tranquillo impiego in qualche ufficio, lentamente torna la voglia di scommettere sulle proprie forze, di misurare le proprie capacità.

Questa volta conservare il territorio non significherà cristallizzare, ma mettere a frutto una ricchezza enorme consegnataci dalla nostra complessa, contraddittoria, interessante storia.

La regione apuana, alle soglie del neolitico, appariva come un’immensa foresta dalle caratteristiche non dissimili dalle altre regioni dell’Italia centro settentrionale.

L’Appennino era coperto da una fitta foresta di faggi ai quali si alternavano macchie di abeti bianchi; nelle fasce più basse la foresta mesofila si estendeva tra cerri, carpini, aceri e ornelli.

In questo periodo, compreso tra il paleolitico superiore e il mesolitico (6500 a.C.), l’Italia era uscita da una fase climatica fredda: specie vegetali ampiamente diffuse allora sono tuttora presenti, quali specie relitte, in alcune stazioni delle Apuane. Già abitata da sparsi nuclei di cacciatori- raccoglitori, la foresta di faggi lasciava spazio, sulla zona costiera ad una selva sempre verde formata da lecci, sughere e rovelle dalle dimensioni maestose; infine, lungo il fiume Magra e lungo la palude costiera che si estendeva dalle foci del Magra fino alle alture di Montenero, nascevano farnie, frassini, carpini, ontani, pioppi e salici.

La fauna era ricca di specie oggi in gran parte estinte: orso speleo, lupo, lince tra i grandi carnivori, e poi il bue primigenio, il daino, il capriolo, lo stambecco, il cinghiale, il muflone, il castoro, la lontra. Aquile, avvoltoi e ibis eremiti nidificavano sulle spoglie pareti rocciose delle Apuane mentre gru, cicogne, pellicani e spatole abitavano le paludi e i corsi d’acqua della pianura.

Tutto il vasto sistema di grotte tipico delle Apuane aveva favorito l’insediamento umano nella regione. L’uomo preistorico, l’uomo di Neandertal vissuto oltre 35mila anni fa, abitò qui. I reperti litici rinvenuti nella Tecchia di Equi, appartenenti al Paleolitico medio, segnalano la presenza umana nel territorio apuo-lunense già a partire da 40.000 anni fa.

Altri reperti neandertaliani rinvenuti nella Buca del Tasso, nella Buca della Iena, nella Grotta del Capriolo e nella Grotta dell’Onda confermano questa presenza, sia nelle fasi più antiche, come si evince dal ritrovamento di schegge piatte, sia in epoche più recenti (35000 anni fa), come testimoniano schegge denticolate ritrovate in vari siti preistorici. Nell’epoca immediatamente successiva al periodo wurmiano, molti sono i ritrovamenti che documentano la presenza dell’Homo sapiens sapiens lungo i crinali apuani ed appenninici com’è presso Reusa, Luscignano, Mommio, la Grotta della Gabellaccia sopra Carrara, alcune zone del massese, dell’alta Versilia e alta Val di Serchio. Ma fu a partire dalla cosiddetta “rivoluzione del neolitico” che mutò lentamente ma inesorabilmente la situazione ecologica del territorio e il rapporto dell’uomo con questo.

Nuove popolazioni provenienti dall’Asia Minore discesero il continente da nord e lentamente si sovrapposero alle popolazioni preesistenti, introducendo nuove piante di frumento e tecniche di coltivazione agricola fino ad allora sconosciute.

La conquista del suolo da parte dei pionieri del neolitico procedette lentamente, disboscando e incendiando la foresta primigenia per ricavare lo spazio necessario alle nuove colture e all’allevamento.

La levigata ascia di pietra verde che aggiungeva nuova funzionalità e consistenza ai tradizionali utensili litici ottenuti per mezzo della scheggiatura è un reperto diffuso tra i ritrovamenti paleolitici di Equi Terme, Tenerano, Resceto, Gabellaccia e Torano.

Ma è l’eneolitico, l’età della pietra e del rame, la fase protostorica di maggior interesse per il nostro territorio, proprio in relazione alla cospicua messe di reperti e testimonianze archeologiche pervenuteci: le statue stele.

Le statue stele, celebrazioni di divinità antropomorfe assai diffuse in molte regioni d’Europa, costituiscono uno dei più importanti ritrovamenti archeologici del territorio lunense. Esse ci forniscono notizie importanti e dettagliate su usi e costumi delle popolazioni locali dell’eneolitico, tali da permetterci la ricostruzione di momenti della vita societaria sul territorio tra il III e il II millennio a.C. Le cavernette sepolcrali rinvenute in varie zone del territorio lunigianese ed ornate con archi, frecce, pugnali per i guerrieri e, per le loro donne, con collane di pietra dalle perline levigate a botticella o sfera, costituiscono infatti testimonianze preziose di una società organizzata che, incontratasi o scontratasi con popolazioni che conoscevano i segreti della metallurgia, rappresenta una delle più affascinanti presenze archeologiche del territorio.

Probabilmente eredi delle popolazioni delle statue stele, quasi certamente fusi con queste, i Liguri apuani, popolazione di origine celtica, si insediarono stabilmente sul territorio compreso tra l’Etruria Settentrionale e la Liguria Orientale durante l’età del ferro, costituendo pagi e castellari di cui ancor oggi restano tracce.

Agli inizi del I millennio a.C. la loro presenza è documentata da cospicui ritrovamenti, perlopiù necropoli importanti come quelle di Ameglia, Genicciola di Podenzana, Ponzolo, Filattiera, Talavorno, Pozzo, Barbarasco, Madrignano e, nella Garfagnana orientale, S. Romano, Villa Collemandina, Filicaia.

Tipiche della loro civiltà sono le tombe a cassetta, con urna cineraria e vasi di corredo protetti da lastre di pietra (Resceto) o da tegole romane (Melara) in epoche più tarde. Simile commistione di civiltà diverse nello spazio e nel tempo è riscontrabile anche nelle statue stele del gruppo C, con iscrizioni eseguite in caratteri etruschi sopra un’armatura tipicamente celtica.

Segni inequivocabili di un territorio che rappresenta, da sempre, un crocevia di culture diverse, momento e teatro di incontri, scontri, fusioni tra popoli e civiltà.

Luna da colonia romana a provincia dell’impero

La piana lunense non doveva apparire molto diversa agli occhi dei primi coloni romani che nel 177 a.C. fondarono la città di Luna. La grande selva ricopriva ancora gran parte del territorio, offrendo rifugio sicuro ai Liguri apuani che ben presto entrarono in conflitto con i romani: una guerra guerreggiata durata oltre un secolo che si risolse con la sconfitta e la sottomissione totale delle popolazioni autoctone.

La civiltà urbana romana si insediò quindi in un territorio dove antica era l’umanizzazione, e dove le tracce della presenza umana si perdono nel tempo. Luna, da colonia settentrionale, presto crebbe e grazie alla sua favorevole posizione geografica divenne un porto fiorente, capace di ospitare le numerose navi dirette in oriente ed occidente, salendo rapidamente al rango di porto fondamentale sulle rotte commerciali romane con le Gallie e con le sponde occidentali dell’Africa. Lo sviluppo della regione lunense fu accompagnato dalla costruzione di una estesa rete di comunicazioni stradali come la Luna-Lucam, Aemilia Scauri-Aurelia, Lucam-Placentiam, lungo le quali si costruirono presidi militari, nuclei di futuri insediamenti urbani; il territorio apuano, oramai ben inserito nel sistema statale di comunicazione e scambio, da città-colonia divenne quindi provincia romana. I romani procedettero poi ad una complessiva riorganizzazione del territorio, la centuriatio, che per due millenni avrebbe segnato alcune costanti strutturali del paesaggio.

La centuriazione romana riguardò soprattutto la piana e le circostanti zone collinari, e molti dei paesi che tuttora vi sorgono sono di chiara origine romana. La suddivisione reticolare del territorio veniva “fisicizzata” attraverso la piantagione di alberi, perlopiù olivi, lungo le strade e i confini vicinali e costituiva anche il primo atto di un’imponente opera di messa a coltura dei terreni collinari e pianeggianti, segnati da una fitta rete di ville agricole e fondi prediali: di questi fondi e ville di origine romana resta testimonianza nei toponimi di diverse località del territorio.

L’introduzione delle nuove colture, il castagno innanzitutto, favorito dalla generale acidità dei suoli quindi l’olivo e la vite nella pianura costiera e nelle colline dissodate, emarginarono verso i crinali montuosi e l’interno la selva impenetrabile, modificando profondamente la fisionomia dei luoghi.

Chi adesso visiti le rovine di Luna difficilmente potrebbe risalire alla strategica importanza che questa imponente città portuale romana, ben lungi dall’essere ancora compiutamente studiata con adeguati scavi archeologici, ricoprì per oltre un millennio.

Luna sorgeva su di una sorta di terrazza di marne del Pliocene, in una posizione elevata di qualche metro rispetto alla linea del mare, una lingua di terra incuneata tra il vecchio estuario del fiume Magra e la laguna esterna che con un sistema di isole sabbiose, non dissimili dai tomboli di Orbetello, correva in direzione dell’Arno.

Fenomeno caratteristico della formazione orografica della Toscana settentrionale, le pianure alluvionali comprese tra lo sperone di Monte Marcello e di Monte Nero a Livorno, furono continuamente accresciute e alimentate dai riporti sabbiosi del Magra, del Serchio e dell’Arno. Esempi tuttora visibili di quel sistema di lagune, di terra e di acque che caratterizzavano questo territorio sono quel che resta del Padule di Porta e del lago di Massacciucoli.

Luna fu per i romani un importante scalo militare, adatto alla penetrazione nella Liguria occidentale e nelle Gallie. Tuttavia i dati archeologici e le testimonianze scritte segnalano che, in età repubblicana, Luni ancora non conosceva e sfruttava a fondo la potenzialità degli immensi giacimenti di candido marmo posti alle sue spalle.

I grossi blocchi utilizzati come basamento per il Capitolium e le mura repubblicane provenivano dagli scisti che affioravano in abbondanza sull’altra sponda del Magra, e le parti superiori del grande tempio erano presumibilmente in legno, rivestite di terrecotte lavorate. Le colture impiantate dai coloni romani e il legname da costruzione che dalle foreste appenniniche discendeva il corso del Magra, rappresentavano i principali prodotti della colonia esportati verso l’Urbe in età repubblicana.

Bisognerà attendere l’età augustea e il forte rinnovamento della architettura pubblica e privata della Roma imperiale per vedere finalmente splendere Luna di luce nuova, conquistandosi la fama di città tra le più belle dell’impero. La riorganizzazione del territorio italico in regioni voluta dall’imperatore Augusto, poneva sul fiume Magra i confini settentrionali dell’Etruria e Luna divenne la città più settentrionale del territorio, dominando le terre che dall’Appennino si estendevano alle zone costiere comprese tra Magra e Serchio.

In età imperiale essa si abbellì di preziosi edifici, spesso costruiti sopra altri edifici preesistenti: il grande Tempio con il porticato e la piazza antistante, il Capitolium, il Foro, l’Odeon (teatro coperto) e, poco fuori le mura il grande Anfiteatro. Molti edifici erano rivestiti in marmo lunense, ma non mancavano marmi e graniti africani e dell’Asia minore, pavimenti con tarsie marmoree, mosaici e numerose sculture che abbellivano la fiorente città.

Durante l’impero il territorio lunense si caratterizza per una fitta struttura di insediamenti e di viabilità che costituiranno l’ossatura di base per le tappe successive della storia del territorio. Una sola eccezione diversificava la centuriazione della piana lunense dallo schema classico invalso presso le tradizionali colonie romane: e questa eccezione era rappresentata dalle cave di marmo che rimanevano in toto proprietà della colonia di Luna, sebbene la coltivazione di singole cave potesse, in seguito, essere data in concessione ad un conduttore privato.

Da queste notizie si deduce che gran parte della produzione delle cave lunensi era finalizzata agli usi di architettura e solo in una fase successiva a quelli della statuaria.

Fino ai tempi di Cesare le cave di marmo restarono di proprietà della colonia di Luni, quindi in età imperiale sotto Tiberio, furono confiscate divenendo diretta proprietà dell’imperatore: in questo modo la produzione aumentò notevolmente al punto che Giovenale si lagnava di come le strade di Roma fossero invase dai pesanti carri che trasportavano il bianco marmo lunense.

Alle soglie del V secolo d.C. Luna è ancora splendida e fiorente e così la descrive, intorno al 416, il poeta Rutilio Namaziano:
«Giungiamo con rapido incedere presso le mura splendenti del candore marmoreo che prendono nome dalla sorella resa brillante dal sole. Con la politezza delle sue pietre supera i gigli splendenti e, screziata, irraggia levigato nitore la pietra. Ricca di marmi è la terra e per la luminosità dei colori sfida sontuosa il biancore virginale delle nevi.».

Il periodo compreso tra l’incursione dei visigoti di Alarico agli inizi del V secolo d.C., le guerre greco-gotiche del VI e la distruzione di Luni ad opera dei longobardi del re Rotari nel 643, segna una inevitabile accentuarsi della decadenza civile, economica e demografica della regione apuana.

Verso la fine della guerra greco-gotica (535-553) che aveva visto tramontare il regno di Teodorico, Luni fu occupata, nel 552 da Narsete, divenendo il centro della provincia bizantina della Maritima Italorum.

I bizantini provvidero alla costruzione di un complesso sistema di fortificazioni, il “limes” un vero e proprio sistema di segnalazioni (e di difesa) che, sfruttando la particolare natura orografica della zona, collegava i territori bizantini della Toscana settentrionale fino all’Appennino.

Già nel corso del V secolo la diocesi di Luni assumeva i poteri politici e amministrativi sulla regione e i vescovi lunensi, eredi delle tradizioni giuridiche e del patrimonio dell’Impero, svolsero un importante ruolo nel sinodo e nel Concilio Romano, come testimoniano le relazioni e la corrispondenza tra papa Gregorio Magno e il vescovo Venanzio. Ma quando fu staccata dall’impero di Bisanzio nel 643, la Lunigiana cadde sotto il dominio longobardo e fu aggregata al ducato longobardo di Lucca; quindi con la vittoria dei franchi entrò a far parte dell’ordinamento delle marche carolingie. Centro di comitato carolingio con giurisdizione sulla Liguria orientale, l’Appennino parmense, la Val di Serchio, la valle del Frigido, le isole di Capraia, Gorgona e Tino, la diocesi lunense rappresentava, ancora alle soglie del X secolo, una realtà potente e ben organizzata.

Gli sconvolgimenti politici e sociali di quel periodo, la caduta della tradizionale rete di scambi e di commerci mediterranei invalsa sotto l’impero, le distruzioni subite per opera dei goti prima e dei saraceni poi, la città spogliata dei suoi tesori, le casupole costruite tra le rovine dei fastosi edifici imperiali, segnarono definitivamente il destino della città di Luna che rimase tale più nell’immaginario collettivo che nella realtà: “Olim famosam potentemque nunc nudum et inane nomen” come ebbe a scrivere Petrarca nelle Familiari.

Il consolidarsi della dominazione signorile di diritto e tradizione longobarda sulla Lunigiana, con gli Obertenghi prima, coi Bianchi d’Erberia, gli Adalberti di Pontremoli, gli Estensi e infine con i Malaspina di stirpe obertenga poi, produrrà un’imponente codificazione del paesaggio attraverso la costruzione di castelli e luoghi fortificati, di borghi murati e pievi che tuttora dominano e caratterizzano la regione lunense. Città e campagne comporrano i nuovi tasselli di un complesso mosaico destinato a caratterizzare la storia della regione lunense. Ma quale fu la relazione storica tra la decadenza di Luni, la nascita di nuove città (Sarzana, Carrara, Pontremoli attorno al X secolo, quindi Fivizzano e Massa nel XIV) e la nuova organizzazione delle campagne in una miriade di borghi murati, pievi, castelli?

Lo storico francese Jacques Le Goff sostiene a ragione che il retaggio della città antica, la sua permanenza topografica hanno portato molti storici a insistere sull’illusione di una continuità che lega città antica e città medievale. Ma in Italia questa tesi non ha solido fondamento poiché è qui che, sostiene Le Goff, la città medievale ha affermato la propria novità prima e più energicamente che nel resto della cristianità. La città dell’Alto medioevo è innanzitutto negazione e distruzione della città antica. La scomparsa in seguito a distruzione, abbandono o riconversione dei monumenti e dei centri di vita sociale, politica e artistica della città romana, quindi dei templi, dei fori, dei teatri, delle terme, del circo, fa venir meno tutta una cultura e una pratica sociale urbana, fa sparire insomma gli elementi essenziali dell’immagine, della coscienza, dell’ideologia cittadina. Il disordine si sostituisce alla geometrica regolarità urbanistica della città antica e il nuovo ordine che s’impone genera irregolarità nella distribuzione dello spazio civico, dei monumenti di culto edificati su reliquie o luoghi di martirio e non ‘pensati’ entro un preciso piano spaziale; la tortuosità delle vie, l’esiguità degli spazi, la loro irregolarità dipendono dalla mancanza di una autorità regolatrice capace di imporre una precisa forma urbanistica. L’ideogramma urbano della città medievale cominciata con il cristianesimo sarà costituito dalla rete delle chiese e troverà una propria regolarità nella creazione di linee rette e nella verticalità dello spazio.

Tra crollo demografico ed esodo verso le campagne, nella città medievale il principale monumento, ad un tempo centro del potere e centro religioso, diviene la cattedrale. Ma neppure questa avrà mai un’immagine e una funzione dominante, poiché altre chiese e altri monumenti religiosi, specialmente i conventi, sorgeranno in concorrenza con essa. Nell’alto medioevo la città sarà policentrica, con quartieri sorti attorno alla chiesa parrocchiale (più tardi i quartieri più poveri sorgeranno attorno ai conventi degli ordini mendicanti, situati ai margini della città), e nemmeno nell’età comunale, quando la costruzione di una piazza imporrà un nuovo centro alla città, questa riuscirà a prevalere sulla tradizionale struttura medievale.

La nascita tra X e XI secolo delle città di Sarzana, Carrara e Pontremoli, il definitivo abbandono di Luni, il mutamento del ruolo della città da centro amministrativo o militare in centro di produzione, di scambi, di consumi, fa emergere il ruolo economico della città e il suo complesso rapporto con il contado; inoltre nuove classi tipicamente cittadine quali i borghesi che progressivamente si impadroniscono del potere e modellano i nuovi spazi urbani a immagine della loro potenza economica, sociale e politica, danno vita a nuovi quartieri dove gli edifici di famiglie nobili o borghesi si mescolano ai quartieri di lavoro, a zone di svago e ai nuovi centri emergenti, i mercati. La costruzione di possenti mura, di torri, di campanili delinea definitivamente un’idea di città come noi oggi la conosciamo.

Fuori della città si apre la non città, la campagna, e l’anti città, il deserto-foresta.

La rovina e l’abbandono di Luni segna una forte dispersione sul territorio della popolazione. Nuovi insediamenti rurali si distribuiscono sul territorio, occupano la sommità di colline e crinali, spesso sono la continuazione di insediamenti più antichi, a volte sono borghi di nuova fondazione, legati a pievi e abbazie che intaccano il territorio con dissodamenti, disboscamenti, la messa a coltura di terre da tempo abbandonate. Frequentemente incastellati o cinti da mura, sovente assai differenti tra loro per tradizioni etniche e di costumi, sono comunità che vivono perlopiù una attività di autoconsumo, di produzione ai fini del mantenimento alimentare, a volte in conflitto coi vicini per contese sui diritti di pascolo e di legnatico, altre volte in conflitto con il potere feudale, sia esso ecclesiastico o signoriale nella affermazione di diritti comuni.

Si compone così un complesso e vasto mosaico, frutto dei processi più profondi del medioevo, legato alle repentine cadute del livello di popolamento in conseguenza di epidemie, carestie e guerre.

Ma è durante l’alto medioevo che, nel territorio lunigianese, viene configurandosi una complessa realtà di insediamenti fortificati, di borghi murati, di torri poste a difesa di vici agricoli, di avamposti di interessi feudali e territoriali sovente contrapposti gli uni agli altri.

Inizialmente ricalcata sui primi castron bizantini di Soreon (Sorano di Filattiera) di Bibola o di Rubra, di Montignoso (Castello Aghinolfi) la fortificazione del territorio diviene rapidamente il segno evidente dell’emergere di nuovi poteri feudali che si contrapporranno vieppiù a poteri storicamente e giuridicamente consolidati, principalmente ai vescovi conti di Luni.

Riuscendo, sebbene a fatica nel mantenere il sostanziale controllo del territorio comitale tra X e XII secolo, anche grazie ad un vasto sistema di fortificazioni poste nei nodi strategici del territorio, quali lo sbocco di valli o l’intersecarsi di fiumi (Soliera, Caprigliola, Viano, Ortonovo ecc.), i signori locali favorirono nuovi incastellamenti a tutela degli insediamenti rurali, del controllo della viabilità, e naturalmente per contrapporsi efficacemente a tentativi di usurpazioni o di espansione di nuovi poteri signoriali come sarà quello dei Malaspina.

Oltre l’incastellamento dei luoghi strategici e la nascita di borghi murati, bisogna considerare la fondamentale funzione svolta dalle pievi e dai conventi nella organizzazione sociale ed economica del comitato lunense, importanza dimostrata dagli oltre 50 edifici plebani, abbazie e monasteri medievali della regione.

La presenza di pievi romaniche e di resti di antiche abbazie è una costante del territorio lunense; importanti fabbriche religiose, quali l’Abbazia di S. Caprasio di Aulla, o l’Abbazia di Linari che ebbero un ruolo non indifferente sul controllo dei transiti lungo le numerose varianti della via Francigena tra Appennino e Val di Luni, sono oggi resti inglobati in nuovi edifici o ruderi solitari in plaghe discoste. Eppure la ricchezza delle testimonianze sopravvissute ci impone il tema della funzione sociale ed economica di queste fabbriche religiose, che ebbero un ruolo non secondario a castelli e borghi murati nella determinazione della storia del territorio. Contrariamente a molti castelli, le pievi sono quasi tutte sopravvissute, magari inserite o ricoperte da nuovi edifici religiosi, oppure rovinate nei secoli, riutilizzate in parte in nuove fabbriche, o conservate quasi per intero nella loro forma originale. Poste solitamente in luoghi di importante passaggio, costruite in maggioranza tra il IX e il XIII secolo, esse rappresentano una importante forma di organizzazione del territorio. Dopo una prima fase di diffusione del cristianesimo favorita dalle famiglie aristocratiche di tradizione romana e di evangelizzazione capillare del territorio lunense la regione, incuneata tra i gioghi appenninici che danno dalla pianura Padana alla Toscana e a Roma, diviene a partire dal IX sec. una tappa obbligata nel viaggio verso Roma: una viabilità non univoca, piuttosto un’insieme di varianti, di rivoli disordinati tutti destinati verso la nuova Gerusalemme del cristianesimo medievale.

Direttrice già ricalcata nella Tabula Peutingeriana come crocevia tra regioni padane, Liguria e Toscana, situata sulle maggiori direttrici nord-sud d’Europa (seguendo la linea Milano, Pavia, Piacenza), la regione vede la nascita di numerosi ospitali, pievi e abbazie presso i valichi o ai piedi di questi.

Dall’ospitale di Montelungo (già attestato dal diploma di re Adelchi del 772) alla Pieve di Urceola ai piedi del Monte Bardone, alla pieve di S. Giacomo di Traverde sull’itinerario del Brattello, alle dodici chiese appartenenti al capitolo della cattedrale di Luni elencate in una bolla di papa Gregorio VIII del 1187, ben cinque sono dislocate nel pontremolese, segno indubbio dell’importanza di questi luoghi nella viabilità medievale di pellegrini, eserciti e mercanti.

La fitta rete di pievi ed ospitali proseguiva, verso sud-est, con la Pieve di Sorano – tutt’oggi splendidamente conservata – posta allo sbocco della valle del Caprio lungo il passo del Cirone, quindi con l’abbazia di Linari presso il passo omonimo e, a valle, con la pieve di Crespiano e ancora, sempre nella valle del Taverone, con la Pieve di Venelia. Più a sud, la pieve di S. Paolo Vendaso, poco sotto l’ospitale del Cerreto, poi la pieve di Pognana, e nella valle di Casola la Pieve di Offiano e più sotto la magnifica pieve di Codiponte segnavano il passo del viandante. Sull’antico guado del Magra, davanti Lusuolo la semplice, austera e perfettamente conservata pieve di S. Maria detta la “ Chiesaccia” poco distante dall’abbazia benedettina di S. Caprasio di Aulla. Più avanti si apriva la piana lunense raggiungibile dalla antica strada che risalendo per Bibola scendeva, per varie direttrici, nella pianura costiera. Un percorso che poteva anche essere compituo a ritroso, in direzione dell’altro grande pellegrinaggio medievale, quello per San Giacomo di Compostela, ai confini del mondo conosciuto, la finisterre medievale. Su questa direttrice sud-nord sorgevano gli ospedali dedicati a San Giacomo, presenti sia a Massa sia a Carrara, ultime tappe prima dell’imbarco dai porti medievali di Luni e di Avenza per Roma o per la Francia.

In questo contesto di riorganizzazione dello spazio le pievi rappresentarono un importante momento di unificazione del territorio: i pivieri erano vere e proprie unità territoriali, entità amministrative ed economiche ben circoscritte che sovente ricalcavano la divisione del territorio precedente alla colonizzazione romana. Alle pievi faceva capo l’organizzazione economica del territorio, la politica degli insediamenti locali, i dissodamenti di nuove terre. E’ su questa iniziale struttura che si organizzò la complessa feudalità lunigianese. Il feudo o il castello sovente altro non erano che un insieme cumulativo di diritti trasmessi per linea famigliare, venduti, comprati o acquistati nel corso delle complesse vicende delle consorterie. Fenomeno caratteristico della Val di Magra fu poi la successiva organizzazione del territorio da parte della feudalità minore che originò, nel tempo, un inestricabile mosaico di diritti feudali, plebani e comunitari destinati a non trovare più una dimensione unitaria.

Già nel 1066 Guinterno di Guido da Regnano donava al vescovo di Luni un insieme di terre costituenti un feudo corrispondenti al piviere di S. Pietro di Offiano, ed altrettanto emblematico è il caso delle terre dei Bianchi d’Erberia. Importante esempio della struttura consortile della feudalità minore queste terre furono considerate come corpo unico, un preciso blocco corrispondente a quattro pivieri e, una volta passate ai Malaspina, entrarono nella grande divisione di questo casato nel 1221 e nel 1275; una parte, definita come Plebania Sancti Petri ed intesa come unità territoriale e amministrativa ben circoscritta, fu scorporata e concessa a donna Cubitosa degli Estensi.

Un discorso diverso deve invece essere affrontato per i castelli. Queste grandi costruzioni dell’architettura militare non hanno goduto, nei secoli, e si può dire fino ad anni recenti, dell’attenzione dovuta. Segno di un potere sovente dispotico, o rovine di tempi lontani, sono rimasti come presenze, a volte prepotenti, a volte modesti ruderi di un passato da cui ci si voleva emancipare. Eppure nella loro varietà di stili architettonici, di tipologie costruttive rappresentano una testimonianza importantissima per la comprensione della storia del territorio. Il modello di borgo fortificato, dominato da un castello, da una torre, cinto da mura, è stato per secoli, spesso fino al volgere del secolo scorso, il modello tipico di tanta parte del nostro territorio.

Mura e porte di accesso, anche quelle dei borghi più modesti, chiuse al calar del sole garantivano i villici e i signori da sorprese notturne, difendevano la piccola comunità da pericoli reali o immaginari. I poderi da arare, da seminare, i castagneti da coltivare, il bosco da cui trar legna raramente erano distanti dal borgo fortificato; e da borgo a borgo, sovente divisi dallo spazio di qualche chilometro, cambiavano la giurisdizione politica, gli usi agricoli, sociali, persino le caratteristiche della lingua parlata, in una esaltazione delle varianti che è una delle caratteristiche più ricche e peculiari del nostro territorio.

Il medioevo lunense è quindi storia di castelli e di città, di conflitti per ottenere dapprima l’autonomia dal potere comitale dei vescovi di Luni, indi da quello dei feudatari per l’affermazione delle libertà cittadine; una storia policentrica, foriera di differenze, a volte profonde che costituiscono, anche visivamente, tanta diversità di paesaggio.

In queste plaghe solo i Malaspina avevano tentato, entrando in guerra con i vescovi di Luni, di dare vita ad uno stato regionale: fallito quel tentativo, il territorio lunense graviterà nel gioco delle nuove potenze regionali come terra di conquista e di frontiera.

Nonostante il fallimento politico l’azione della famiglia Malaspina sulla Lunigiana fu profondissima.

Questa antica famiglia svolse un ruolo determinante nella regione lunense a partire da quando Obizzo III, seguendo le fortune del Barbarossa disceso in Italia, ottenne il 29 settembre 1164, l’investitura ufficiale dei beni già posseduti dalla famiglia con l’aggiunta di nuovi, ponendo una solida base giuridica alle proprietà malaspiniane in Lunigiana. Premuti dalla nascente potenza dei comuni lombardi e, in particolare, dall’espansione di quello piacentino, i Malaspina spostarono i propri interessi e le proprie ambizioni feudali dall’Appennino settentrionale alla Lunigiana, inserendosi nelle lotte tra i vescovi di Luni e la feudalità minore nella speranza di costruire un dominio dinastico sulla regione, rivendicando antichi diritti e reclamandone di nuovi. La grande divisione del patrimonio familiare del 28 agosto 1221 stabilì la creazione di due discendenze, quella dello spino secco, con Corrado detto l’antico che, ponendo a Mulazzo il centro della propria residenza, guardava principalmente ai territori posti sulla destra del Magra, con i vassalli di Pontremoli fino ai feudi di Vezzano e Arcola, contando anche il feudo di Villafranca; e quella dello spino fiorito, con Obizzino, che fece di Filattiera il centro di residenza ed ebbe i possessi lungo la riva sinistra del fiume, con Verrucola e le terre dei Bianchi, fino ad Aulla per arrivare fino ad Avenza, alla Garfagnana e all’alta Versilia. Egli manteneva anche il castello di Oramala in Val Staffora, mentre restavano in comune i diritti su Massa e i pedaggi esistenti nella diocesi di Luni e ciò che era riscosso tra Aulla e la Magra fino a Porta Beltrame a Montignoso.

Moroello dello spino secco e Francesco dello spino fiorito mossero guerra contro i pisani e il vescovo di Luni impadronendosi di Carrara ed Avenza e creando, in questo modo, le premesse per una signoria locale. Come gli Scaligeri, che avevano fortificato il loro territorio con una imponente linea militare, anche i Malaspina idearono un progetto analogo, scontrandosi sia con i vescovi conti di Luni, sia con le potenze cittadine, quali Pisa e Lucca che andavano allora consolidando la loro presenza nella bassa Lunigiana e in quella orientale. Alle soglie del Trecento, ormai esaurito nella sostanza il conflitto con i vescovi di Luni, essi si trovarono ad amministrare un territorio che escludeva i liberi comuni di Pontremoli, Sarzana e Carrara. Il progetto malaspiniano di dare vita ad una signoria regionale tramontò presto: le profonde mutazioni politiche e sociali del ‘300 videro sfumare i loro progetti, compreso l’ultimo tentativo di Spinetta Malaspina.

Del progetto malspiniano rimaneva una imponente opera di incastellamento del territorio con il rafforzamento dei castelli esistenti e la fondazione di nuovi, in un preciso disegno di controllo del territorio che segnò un progressivo distacco tra la zona costiera e la Lunigiana interna. Dal rafforzamento del castello di Montignoso all’ampliamento della rocca obertenga di Massa alla fondazione della potente fortezza di Avenza, di Sarzanello, di Moneta, e poi ancora di Fosdinovo, della Brunella di Aulla, della Verrucola di Fivizzano, dell’Aquila di Gragnola, del castello di Olivola, Monti, Bastia, Castevoli, Villafranca, Malgrate, Castiglione del Terziere, il Piagnaro di Pontremoli e la fortezza di Cacciaguerra, solo per citare i maggiori, un grande sistema difensivo si dispiegava sulle terre di Lunigiana; presenze dominanti, segni di un grande progetto che, dalla signoria del Castracani ai primi del Cinquecento, animò la storia di queste terre. Per meglio comprendere la dinamica di tale processo storico è doveroso ricordare come l’effimero stato regionale creato da Castruccio Castracani nel volgere di pochi anni e con lui scomparso, contribuisse infatti a chiudere un’epoca e una speranza. Il fallimento del piano del condottiero lucchese determinò il tramonto della potenza pisana e lucchese e, di contro, vide il consolidamento genovese sulla riva destra del Magra e l’inizio dell’espansione fiorentina sulla regione. Sfruttando la decadenza dei Malaspina, intervenendo sovente nelle loro liti e diatribe, Firenze si garantì una progressiva egemonia sulla Lunigiana interna cosicché, verso la metà del XVI secolo, la situazione politica del territorio era ormai delineata nelle principali linee di influenza. Della potenza malaspiniana restava solo la politica di acquisizioni di feudi e terreni per regolare compravendita che permetterà a Spinetta di acquistare Fosdinovo, Giucano e Tendola nel 1340, quindi ottenere Massa e la sua vicaria dai Pisani, gettando le basi per una stabile, anche se marginale, presenza dei Malaspina sulla Lunigiana costiera. Massa divenne feudo personale di Antonio Alberico Malaspina nel 1442 e la dissoluzione della signoria dei Campofregoso su Sarzana, concepita come patrimonio privato di una dinastia all’interno della repubblica genovese, permetterà a Jacopo Malaspina di unire, nel 1473, Carrara ed i castelli di Avenza e Moneta coi possedimenti di Massa e Fosdinovo.

Parallelamente alla crisi del sistema feduale, tra il XIV e il XV secolo, erano emerse nuove realtà urbane sul territorio del comitato lunense. Massa non era più un insieme di villaggi rustici sparsi sul territorio e dominati dalla possente mole della rocca obertenga, e il borgo di Bagnara, cinto da mura, rivendicava la propria autonomia amministrativa e giurisdizionale; così Fivizzano, fino allora detto forum Verucolae bosorum, si era dotato di mura e sottratto alle pesanti ingerenze del signore feudale. Nel nuovo contesto trecentesco la città è considerata tale in funzione del numero di abitanti, ma anche per il fatto di essere circondata di mura, di godere di importanti privilegi e di essere il centro di precise giurisdizioni. Alcune migliaia di abitanti costituivano soltanto un borgo, mentre alcune centinaia potevano formare una città. La lunga recessione demografica del Trecento portò infatti ad una inversione del ruolo tra città e campagna. La ricchezza si accumulava meno nelle campagne sgorgando con maggiore forza dai meccanismi dell’economia cittadina.

Il declino del potere temporale della chiesa sulla regione lunense è inarrestabile per tutto il XIII secolo e procede parallelamente al lento declino del sistema feudale: di queste vicende si ha chiara memoria con la presenza di Dante Alighieri in Lunigiana, dove condusse una mediazione diplomatica per Moroello Malaspina, in guerra con il vescovo di Luni-Sarzana e infine, con la vicenda che vide protagonista, nel 1313, l’imperatore Enrico VII° che chiudeva l’annoso conflitto tra i due poteri espropriando il vescovo dei suoi domini temporali e rimettendoli ai pisani.

Alla fine del Quattrocento anche l’antico comitato lunense è parte dei nuovi equilibri politici e militari degli stati regionali italiani. L’astro dei Malaspina è ormai tramontato e nuove vie di comunicazione hanno soppiantato la centralità di questi passi appenninici nelle comunicazioni tra nord e sud del paese. Il definitivo sviluppo della civiltà urbana emarginerà sempre più queste imponenti fortificazioni, e l’introduzione delle armi da fuoco le renderà sempre più inadeguate a svolgere la loro originaria funzione. Con il XVI secolo la storia del territorio non sarebbe più stata quella di prima.

Alla fine del ‘400 si assiste ad una progressiva penetrazione della repubblica di Firenze nella regione lunense. Sottomessa Pisa, inizia la costruzione di uno stato regionale che tende a divenire un cuscinetto naturale tra lo stato pontificio, che va allora consolidandosi e riorganizzandosi e gli stati regionali del nord. Inserendosi abilmente nelle contese famigliari dei Malaspina, Firenze ne acquisì progressivamente feudi e territori fino a costituire una forte presenza nella Lunigiana orientale.

Diversamente da quello che accadeva nelle città apuane, la Lunigiana interna divenne quasi per intero dominio della repubblica fiorentina a cui, nel 1442 si erano date per prime Caprigliola ed Albiano. La penetrazione fiorentina nella regione avvenne grazie ad una sistematica politica di acquisti di feudi ex malaspiniani, di sottomissioni o di ingerenze più o meno palesi negli affari famigliari dei vari rami malaspiniani. Facendo perno sulla salda rocca di Castiglione del Terziere e su Fivizzano, poste sulla riva sinistra della Magra, l’enclave territoriale fiorentina si andava consolidando incamerando queste terre nei domini del Granducato.

La creazione, a partire dal 1442 di un piccolo stato cuscinetto, incuneato tra i domini genovesi, fiorentini, lucchesi e milanesi per opera dei Malaspina di Fosdinovo segnava l’avvio di una importante esperienza storica per la Lunigiana litoranea, proprio perchè questa progressiva unione dei territori di Massa, Carrara, Fosdinovo in un’epoca storica che avrebbe visto, dopo anni di guerre ed invasioni, il prevalere della politica dell’equilibrio tra potenti stati regionali, poneva le basi per una singolare evoluzione di quei territori all’interno di un contesto comune. Ai primi del ‘500, con l’esaurirsi del ramo maschile, il marchese Antonio Alberico II lasciava alla figlia Ricciarda Malaspina le redini del piccolo stato regionale: dalle nozze di Ricciarda con il nobile genovese Lorenzo Cybo traeva origine il casato dei Cybo-Malaspina. Fu Alberico Cybo-Malaspina, secondogenito di Ricciarda, a segnare profondamente la storia del piccolo principato. Discendente in linea diretta da Papa Innocenzo VIII, suo bisnonno paterno e da Leone X, fratello di Maddalena de’ Medici, sua nonna, Alberico rappresenta la tipica figura di principe rinascimentale, colto, intelligente e bene inserito all’interno delle maggiori corti del periodo. Ereditava uno stato di piccole dimensioni e complessivamente arretrato, composto da due distinte realtà giuridico-amministrative conseguenti alle vicende alterne delle dominazioni e delle influenze subite dopo che, a partire dal XIV secolo, era venuto meno il controllo della curia lunense. Nonostante ciò egli governò con saggezza per più di un sessantennio trasformando radicalmente la struttura e la fisionomia di queste terre. Mettendo mano ad una imponente opera di risistemazione urbanistica, fondò la nuova città di Massa su di un razionale disegno rinascimentale, cingendola di mura e iniziando un’opera di stimolo della vita sociale ed economica. Nel 1575 accoglieva infatti i nobili genovesi fuoriusciti dalla Repubblica convincendone molti a stabilirsi in città; promosse l’insediamento di artigiani forestieri che introdussero la lavorazione del sapone, del cuoio e della seta, dei vetri e dei cristalli; accolse una fiorente comunità isdraelita che si stabilì sia a Carrara sia a Massa. In quest’ultima città fondò il Monte di Pietà che funzionerà fino all’arrivo delle truppe francesi.

Delle dieci vicinanze che formavano il territorio massese (contro le quindici di quello carrarese) la maggior parte erano legate ad un’economia agricola. Alberico, per rendere degna la città dei nuovi compiti di rappresentanza che le spettavano, iniziò una grande opera di rinnovamento restaurando le chiese esistenti, edificandone di nuove (Chiesa e monastero di S. Chiara e Chiesa e monastero dei Cappuccini), costruendo palazzi e piazze che ampliavano notevolmente lo spazio urbano. A Carrara promosse la nascita di un vasto quartiere rinascimentale addossato alla nuova cinta delle mura ed emanò i nuovi Statuti (1574), imponente opera di riorganizzazione civile ed economica. Il prestigio personale di Alberico, il suo mecenatismo ed i rapporti con i principali cenacoli culturali del tempo fecero confluire nella zona i più importanti artisti dell’epoca, sancendo la definitiva consacrazione dei marmi apuani nell’arte e nella architettura europee. Vasari ricorda così nelle Vite il rapporto privilegiato che Michelangelo aveva con Carrara:

«Mentre che egli era a Carrara e che Ei faceva cavar marmi, non meno per la sepoltura di Giulio che per la facciata, pensando pur di finirla, gli fu scritto che avendo inteso papa Leone che nelle montagne di Pietrasanta a Seravezza sul dominio fiorentino, nella altezza del più alto monte chiamato Altissimo, erano marmi della medesima bontà e bellezza che quelli di Carrara, e già lo sapeva Michelangelo, ma pareva che non ci volesse attendere per essere amico del marchese Alberigo signore di Carrara, e per fargli beneficio volessi più tosto cavare de’ carraresi che di quegli di Seravezza»

Le “nuove” cave di Carrara, intorno al 1550, erano ormai ben note come quelle lunensi sì che un famoso architetto e trattatista senese, Pietro Cattaneo, dedicava una parte della sua opera I quattro libri dell’architettura alla descrizione dei vari tipi di marmi, esaltando quelli carraresi che «sono ancora giudicati ottimi per fare statue e se ne cavano grandissime saldezze».

Del resto Alberico stesso suggeriva, come si evince da una lettera inviata a Padre Agostino Superbi, autore di un Discorso dell’origine et antichità di Carrara composto nel 1598, l’equivalenza quasi naturale fra Luni e Carrara così come s’affannava a promuovere in ogni modo la nuova immagine della città: difatti la prima e per lungo tempo prevalente forma di committenza in campo artistico sarà quella dei Cybo i quali, conseguentemente alla politica intrapresa per elevare la dignità culturale e sociale dello Stato, investirono risorse notevoli non solo per richiamare a Carrara artisti famosi, ma anche per stimolare la crescita di una tradizione locale, soprattutto riguardo alla lavorazione artistica del marmo.

Tale progetto favorì l’incontro di esperienze figurative diverse e originali, in grado di stimolare e far crescere una autonoma produzione artistica locale che, singolarmente, venne solo parzialmente utilizzata da Alberico: tra i nomi dei numerosi artisti che operarono in quegli anni nelle maggiori città italiane (ma anche europee) ricordiamo le figure di Danese Cattaneo, grande artista carrarese allievo del Sansovino, amico ed ammiratore di Torquato Tasso; Agostino Ghirlanda, impegnato fra l’altro al completamento degli affreschi del cimitero di Pisa e autore del Martirio di San Sebastiano del Duomo di Massa, Felice Palma, attivo alla corte di Cosimo II e del quale a Massa restano solo la Madonna col Bambino in marmo conservata presso il Convento dei Cappuccini e il gruppo ligneo della Pietà in San Sebastiano; i fratelli Lorenzo ed Andrea Calamech, discepoli dell’Ammannati, attivi soprattutto a Massina e Pietro Tacca, autore del monumento livornese dei Quattro Mori, che, raccomandato da Alberico al Granduca Cosimo, divenne l’allievo prediletto del Giambologna conducendone la bottega in Firenze dopo la morte.

L’attività svolta da Alberico per settant’anni e proseguita dal nipote Carlo I, divenuto principe nel 1623, cominciò a dare esiti positivi. Molte delle opere eseguite nel piccolo principato in questi anni sono infatti realizzate da artisti locali che avevano assimilato le novità e i caratteri essenziali dell’arte barocca durante i lunghi soggiorni a Roma o Napoli: Ferdinando Tacca, Pietro Pellegrini, Andrea Bolgi ed i Bergamini, famiglia di scultori, architetti e pittori a lungo impegnati nella progettazione dello spazio urbano e nell’edilizia religiosa e civile del Principato.

Fu intorno a Pietro Bernini che si concentrarono parecchi artisti carraresi impegnati nella ristrutturazione barocca di Roma, Napoli e nelle corti europee. Francesco Baratta ad esempio, nato a Carrara intorno al 1590, fu tra le maestranze che lavorarono ai pilastri della navata di S. Pietro; ebbe poi incarichi più importanti scolpendo il rilievo con l’Estasi di S. Francesco nella Cappella Raimondi in San Pietro al Monitorio e il Rio della Plata nella berniniana Fontana dei Fiumi di Piazza Navona; eseguì anche diverse sculture per il giardino della corte sassone di Dresda. Giuliano Finelli, si formò nella bottega del napoletano Michelangelo Naccherino, dove era stato condotto dallo zio Vitale “marmoraro” in giovane età; nel 1622 si trasferì a Roma e divenne stretto collaboratore del Bernini, con il quale lavorò all’Apollo e Dafne, alla Santa Bibiana e al Baldacchino di S. Pietro; in seguito, rotti i rapporti con il celebre artista romano, tornò a Napoli, dove eseguì importanti lavori per il Duomo, ritratti scultorei di grande qualità per diversi privati ed una serie di sculture in marmo per Filippo IV di Spagna.

L’intero sviluppo economico, culturale ed urbanistico del principato tra Cinque e Seicento, si deve principalmente allo sviluppo dell’industria marmifera, saldamente controllata da poche famiglie legate agli ambienti commerciali e finanziari genovesi, in grado di esportare marmi in tutta Europa.

Verso la metà del XVIII secolo tutta l’Europa dell’Illuminismo conosceva, per la fama dei suoi marmi bianchissimi, il piccolo principato di Massa-Carrara e la sua fiorente industria di escavazione e lavorazione dei marmi, i suoi studi di scultura, le sue produzioni di oggetti di alta qualità artistica che andavano ad arricchire ed abbellire tutte le corti del continente. Dalla Russia alla Spagna, le dimore signorili degne di quel nome possedevano pavimenti ed intarsi marmorei, candide sculture ornavano i magnifici giardini e opere di scultura, architettura ed ornato magnificavano le chiese più celebri.

E certamente non per caso fortuito, nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert la marbrerie e la sculpture en marbre venivano ampiamente trattate ed illustrate in stupende tavole, trovando finalmente compiuta consacrazione tra le più importanti e rappresentative attività produttive e tecniche del secolo.

Per ragioni diverse, anche i territori della Lunigiana appartenenti al Granducato di Toscana, specificatamente Pontremoli e Fivizzano, vissero una importante stagione di crescita economica e sociale nel corso del ‘700. Si abbellirono di imponenti palazzi costruiti da una vivace borghesia mercantile che nel commercio dei grani tra le regioni padane e il porto franco di Livorno fondava le proprie fortune.

Né meno interessante fu la vita sociale e culturale animata da figure quali quella di Giovanni Fantoni, in Arcadia Labindo Arsinoetico, nato a Fivizzano nel 1755, pregevole latinista precursore di esperimenti in metrica barbara e diffusore delle idee illuministe e giacobine nel territorio lunigianese e di Alessandro Malaspina di Mulazzo, personaggio originale, connaiseur instancabile e grande esploratore che finì i suoi giorni oltreoceano.

A Carrara, le imprese di commercianti di marmo quali i Del Medico che contraddistinsero la storia di quell’industria nel corso del Sei-Settecento, danno il segno, assieme alle testimonianze architettoniche ed artistiche tuttora presenti, di una società vivace ed aperta al contatto con il mondo che si allargava oltre i ristretti confini geografici del piccolo stato.

Ruolo fondamentale nell’effondere idee e promuovere contatti ed esperienze originali ebbero gli artisti carraresi i quali, seguendo le rotte del commercio dei marmi, attratti dai buoni guadagni e dalla gloria derivante dall’essere partecipi della costruzione delle più importanti fabbriche civili e religiose d’Europa, diffusero ovunque la fama del territorio lunense.

Nel 1741 avvenne una svolta decisiva per la storia del piccolo principato: Ercole d’Este sposava Maria Teresa Cybo-Malaspina, allora sedicenne, ultima discendente di quel casato. Ercole figlio di Francesco Maria d’Este, salito al trono nel 1737, subiva pesantemente la personalità del padre che, avvicinatosi alle idee dell’illuminismo grazie all’alleanza politica e militare con Luigi XV re di Francia, cercava di dare una omogeneità politico-amministrativa ed economica al nuovo stato creatosi a seguito del matrimonio del figlio. Per raggiungere questo scopo egli aveva progettato una nuova strada, la via Vandelli, che avrebbe dovuto collegare i due estremi del ducato senza passare attraverso altri stati solcando le terre del modenese e del reggiano, la Garfagnana, tradizionale dominio della casa d’Este fin dalla fine del ‘400, sino ai nuovi territori di Carrara e Massa. Nata con una funzione prettamente militare, la via progettata dall’abate Vandelli tra le mille difficoltà che l’orografia del territorio presentava, rappresentò comunque una nuova direttrice interna per i commerci tra la zona apuana e le terre al di là dell’Appennino. Oltre all’impulso economico, la nuova carrozzabile sortì pure l’effetto di mostrare come l’economia apuana, in forte espansione, necessitasse ormai di un porto che superasse le tradizionali difficoltà di imbarco e sbarco delle merci, specie dei marmi che, del piccolo principato, rappresentavano una delle risorse più cospicue. Fu così che, vuoi per soddisfare l’ambizione dell’instancabile sovrano, vuoi per calmare i malumori dei carraresi costretti a pagare contribuzioni cospicue per un’opera che poco avrebbe giovato all’industria dei marmi, Francesco iniziò a cercare a Parigi i tecnici capaci di assicurare la realizzazione del nuovo porto, trovando nell’ingegner Milet de Moreau l’uomo utile per avviare il suo progetto.

Tra il settembre e l’ottobre 1751, Milet de Moreau, si recò in Carrara, visitò la spiaggia e ne studiò il regime. Il 10 gennaio 1752 presentò al Duca una sua Memoria sulla costruzione del porto di Massa di Carrara che prevedeva l’escavazione di un bacino interno alla Marina di Avenza, scartando l’ipotesi di realizzarlo presso la foce del Parmignola perché confinante con lo stato di Genova, e comunque luogo non adatto allo scopo. I lavori, iniziati sotto la direzione di Milet de Moreau nella primavera del 1752, si arrestarono nell’autunno del 1753, causa la sua morte.

I progetti dell’ingegnere francese, magnifico esempio dell’ingegneria del XVIII secolo, sono un misto tra solida capacità tecnica ed utopia. Se Milet de Moreau non fosse morto e quei progetti fossero stati realizzati, la storia urbanistica ed economica della città sarebbe forse mutata in misura considerevole.

La scelta della marina d’Avenza era favorita anche da un altro fattore, sovente trascurato nella ricostruzione di questo complesso aspetto di storia apuana: la rapida crescita della spiaggia aveva creato terre nuove ascritte al demanio dello stato che, solo a partire dalla metà del XVIII secolo, furono cedute in livello alle grandi famiglie di mercanti di marmo carraresi.

Questa pratica non era possibile a Massa dove, una proprietà estremamente parcellizzata dei terreni prossimi alla marina, favoriva forti ostilità dei piccoli contadini, conduttori dei fondi agricoli, ad ogni sorta di intervento pubblico.

Non a caso, in questo torno di tempo fu piantata la macchia, che dall’altezza di Avenza si estendeva fino alla prossimità della spiaggia, con la specifica funzione di difendere le nuove terre messe a coltura dagli effetti nocivi delle libecciate. La scelta di ubicare il porto presso la Marina d’Avenza fu quindi una scelta quasi obbligata: la creazione di una nuova città portuale, la Nouvelle Carrara, avrebbe certamente significato il compimento del sogno illuministico di Francesco d’Este di costruire uno stato territorialmente omogeneo dal mare alla Padana interna, aprendolo a traffici e prospettive nuove, e avrebbe raggiunto l’obiettivo di creare una nuova entità politico-amministrativa, capace di indebolire da un lato, il peso delle due città apuane con il loro bagaglio di rivendicazioni autonomistiche, dall’altro di accelerare la fusione di parte di queste entità in un nuovo soggetto urbano, profondamente legato al suo fondatore.

L’arrivo delle truppe rivoluzionarie del generale Lannes, il 2 luglio 1796, scosse fino alle radici la società di ancien régime sconvolgendo anche le velleità politiche del Duca. Iniziava un decennio di grande instabilità sociale ed economica a cui seguì, altrettanto rapidamente, una nuova fase di ascesa per la maggiore industria carrarese.

Massa e Carrara, subito aggregate alla neonata repubblica Cisalpina, ne seguirono la parabola fino a divenire parte dell’impero napoleonico; in questi anni Carrara sarà un grande emporio di produzioni artistiche, secondo solo alla capitale e, per conseguenza, centro di fitte e complesse relazioni con i maggiori artisti neoclassici come Jean Louis David, Antonio Canova, Carlo Finelli, Cristiano Rauch, Albert Thorwaldsen, Pietro Tenerani e Lorenzo Bartolini.

Motore di questa ripresa delle attività commerciali ed artistiche fu la fondazione, il 2 maggio 1807, della banca Elisiana, una cassa di soccorso creata allo scopo di realizzare una sorta di manifattura di stato atta a rilanciare la lavorazione e il commercio dei marmi dopo un quindicennio di progressiva decadenza. Nell’allora sconsacrata chiesa del Carmine, fu dunque allestita la cosiddetta “ Galleria dei carraresi” , dove le opere degli artisti locali potevano essere ammirate dai curiosi e dagli acquirenti. Il luogo fungeva anche da laboratorio e numerosi furono gli artisti impegnati in importanti commesse, soprattutto nella realizzazione di busti e statue di Napoleone e della famiglia imperiale.

Pare che oltre tremila opere del genere fossero prodotte a Carrara in quel periodo e praticamente tutte vennero disseminate per l’Europa sottoposta al dominio francese. Ma questa situazione, che promuoveva la scultura a detrimento del commercio del marmo grezzo, divenne alla lunga insostenibile. L’intervento del commerciante francese Henraux presso il governo di Parigi al quale argomentava il proprio rifiuto di pagare al direttore della banca Elisiana, Hector Sonnolet, gli oneri fiscali previsti per l’esportazione dei marmi grezzi (diretti, per la maggior parte in Francia e quindi, secondo l’Henraux, da considerare commercio interno al medesimo stato) portò, unitamente alle pressioni dei proprietari di cave, alla cessazione, il 30 dicembre 1811, dell’attività della banca, le cui competenze passarono nuovamente allo stato.

Con la caduta di Napoleone e il ritorno, almeno apparente, allo status quo ante, Maria Beatrice d’Este, sposa di Ferdinando di Lorena, riacquistò il proprio trono ma, salvo una certa qual “normalizzazione” della vita sociale e politica imposta dagli indirizzi fondamentali dettati dal congresso di Vienna, le città apuane vissero un interessante periodo di sviluppo nelle arti e nei commerci interrotto dalla morte di Maria Beatrice, avvenuta il 14 novembre 1829. L’evento segnò infatti la fine di un’epoca tanto prolifica di creazione artistica e l’inizio di un degrado sociale e culturale delle città apuane, sempre più insofferenti al duro governo dei Lorena, avviando una fase di trascurato abbandono.

I fatti del 1848, che videro l’attiva partecipazione delle popolazioni apuane al moto risorgimentale, siglarono la chiusura di un’epoca e la definitiva frattura tra la casa regnante e le città apuane. Il Governo di Francesco V, dispotico e illiberale, poneva ormai troppe restrizioni all’impetuosa ascesa della borghesia che, nelle mutate condizioni economiche intervenute nel contesto europeo a seguito del diffondersi della rivoluzione industriale, intravedeva le condizioni per la nascita di una moderna industria dei marmi. La situazione storica era ormai cambiata e la questione della unificazione nazionale del paese era alle porte.

Se si volesse interpretare la nascita della provincia di Massa e Carrara attraverso la sola osservazione dello svolgimento degli avvenimenti storici, si potrebbe essere tentati di ricondurre la disamina di questa contraddittoria formazione amministrativa ai fatti che il 27 aprile 1859, nella imminenza della formale apertura delle ostilità che concretizzarono il processo di unificazione nazionale sotto la direzione dello stato sabaudo, provocarono l’abbandono della Lunigiana costiera da parte delle truppe austro estensi.

Le manifestazioni popolari di Carrara e della frazione di Avenza nei giorni precedenti il 27 aprile e la originale partecipazione delle popolazioni apuane, specie di quella carrarese ai fatti risorgimentali, sono sicuramente una interessante eccezione all’interno di una situazione più complessiva caratterizzata, piuttosto, dall’apatia che dalla attiva partecipazione delle classi popolari e dei ceti borghesi alla formazione dello stato unitario.

In quel conteso storico trova una sua completa affermazione la tesi gramsciana della direzione moderata del moto risorgimentale. Nella Lunigiana la direzione moderata del moto risorgimentale diverrà subito evidente, a scapito della forte presenza numerica degli affiliati alle sette e alle associazioni repubblicane, mazziniane e garibaldine.

La formazione di un’entità amministrativa assai anomala, quale sarà la provincia di Massa e Carrara, poggiava le sue basi sopra i forti interessi reciproci delle classi dominanti nelle varie realtà del territorio.

Il decennio seguente i fatti del 1848, fu caratterizzato da una forte espansione in tutto il territorio apuano e lunigianese, della propaganda mazziniana e da una nutrita serie di tentativi insurrezionali e di scorribande sull’insuccesso dei quali si inserì abilmente la Società Nazionale, che trovava nella vicina Sarzana, già in territorio sardo, un centro di forte iniziativa attivistica e di reclutamento di esuli e transfughi dal vicino ducato estense.

E questo afflusso trovò un ulteriore incremento in occasione degli stati di assedio di Carrara, il primo nel 1854-55 e il secondo, assai più duro, nel 1857-58, in occasione del quale un centinaio di carraresi vennero spediti nell’ergastolo di Mantova.

Il La Farina fin dal 1856 aveva avviato una attiva opera di propaganda e di diffusione di opuscoli e dal 1857, anno di nascita della Società Nazionale e del Piccolo Corriere d’Italia, incontrò sempre più il favore di numerosi personaggi del notabilato massese e della borghesia marmifera carrarese, dei quali l’esule massese Vincenzo Brondi fu attivo coordinatore.

Proprio sulla base di una precisa sollecitazione del La Farina pare che il conte Emilio Lazzoni stendesse una nota sottoscritta da oltre 2000 carraresi nella quale, tratteggiando abilmente il dispotismo estense, si chiedeva l’intervento di Vittorio Emanuele II. Il “grido di dolore” di Carrara diveniva un possibile pretesto per fare decidere a Luigi Napoleone l’ingresso in guerra al fianco dei piemontesi.

Con l’abbandono delle due città apuane da parte del governo e delle truppe estensi il giorno 27 aprile, si aprì la delicata fase del trapasso dei poteri.

Che il Piemonte fosse da tempo interessato alla annessione della Lunigiana è cosa nota e già nel ’48 aveva cercato di contendere alla Toscana il possesso dei territori granducali, limitrofi al circondario di Sarzana. In quella occasione però le popolazioni insorte avevano votato per l’annessione con la Toscana, ad eccezione della frazione di Avenza, nel comune di Carrara, che optò per il Piemonte. Sebbene tutti coloro che, impegnati in prima persona nei governi provvisori e per detto motivo esclusi dalla ‘generosa’ amnistia promulgata da Francesco IV, avessero preferito l’esilio in Toscana, l’emigrazione politica dei liberali e dei democratici lunigianesi si rivolse progressivamente verso il Piemonte e colà si rivolsero pure le simpatie politiche delle élites dominanti della regione.

Il 30 aprile 1859 Massa, Carrara e la Lunigiana estense venivano aggregate al Genovesato, e il Conte Ponza di San Martino, commissario regio di Genova provvedeva ad inviare l’Intendente Giuseppe Campi in qualità di Sotto Commissario straordinario che assumeva l’incarico il 20 maggio; ma il 17 giugno una comunicazione annunciava che per deliberazione del Consiglio dei Ministri la “ Provincia di Massa e Carrara e della Lunigiana” doveva ritenersi facente parte del “ territoriale aggregato del Ducato di Modena, dipendendo in tutti gli affari concernenti la Pubblica Amministrazione dal Governatore civile nominato dal Re a reggere i paesi già componenti quel Ducato”. Stessa sorte toccò alla Garfagnana che, evacuata il 22 maggio dalle truppe estensi, chiese al Buoncompagni l’invio di un commissario regio da Firenze ma questi rispose di rivolgersi a Genova. A nulla valsero le reiterate richieste di delucidazioni avanzate dal presidente del municipio di Castelnuovo Antonio Vittoni: il 25 maggio da Massa fu inviato l’avv. Vincenzo Giusti in qualità di commissario per la provincia garfagnina, al quale succederanno poi in rapida scansione temporale Enrico Brizzolari, il Conte Guglielmo Diana e infine il dott. Benedetto Maramotti. Il trapasso dei poteri comportò dunque l’utilizzo di uomini fidati già appartenenti alla Società Nazionale o notabili espressione dei liberali locali, come i commissari di Fivizzano, Raffaele Agostini, di Aulla, Giacomo Ferrari e di Pontremoli avv. Girolamo Giuliani; uomini che puntualmente ritroveremo nelle vicende politiche ed amministrative post-unitarie.

Sarà Luigi Carlo Farini a dare l’impronta definitiva alla struttura amministrativa della provincia. Governatore prima delle province modenesi e poi Dittatore dal 28 luglio, egli si adoperò anche con numerose forzature dovute alla situazione di impasse che si era creata in conseguenza ai patti di Villafranca, al fine di raggiungere l’obiettivo dell’unificazione dell’Emilia al Piemonte fino a stabilire, per i giorni 10-12 marzo 1860, la data dei plebisciti nelle province emiliane.

Dei 36.814 iscritti nelle liste elettorali della provincia votarono in 23.584, di cui 23.492 a favore dell’annessione alla monarchia costituzionale del Savoia. Nonostante ciò le autorità piemontesi non furono mai particolarmente convinti “della sincerità dell’adesione alla causa monarchica dei liberali lunensi, per cui continuarono a tenere nei loro confronti un atteggiamento di sospetto”.

Se in parte è vero, come ebbe più tardi a sostenere il prefetto Agnetta che la provincia era il frutto delle vicende del 1859 e perciò priva di un’euritmia interna, tale interpretazione non può essere assunta a dettato generale poiché più che frutto del caso, la composizione amministrativa fu frutto di una precisa visione politica dei moderati.

Soffermarsi sul tema della “anomalia” della provincia di Massa-Carrara esaminando la questione dal semplice punto di vista locale, senza porre mente alla generalità di un problema, quello del riordino amministrativo del paese, ben più complesso e contraddittorio, induce (ed ha indotto) in errori di prospettiva e di valutazione. Certo la formazione della provincia di Massa-Carrara, generalmente ricondotta alle scelte prese sotto la dittatura del Farini, riguardava un’area tutt’altro che omogenea, o quantomeno omogenea per la sola vicinanza geografica e per la comune frantumazione dei confini e delle vicende storiche, tipica dei territori dei cessati governi.

La scarsa viabilità e la generale difficoltà delle comunicazioni, ne rendevano ancora più ardua l’unificazione amministrativa. Ma questa situazione non era poi molto dissimile da quella di numerose altre province: fu piuttosto l’azione perseguita dal nuovo governo di semplice sovrapposizione e giustapposizione degli ordinamenti sabaudi sopra il precedente tessuto amministrativo e giuridico a determinare confusione, errori e scompensi.

La definizione dei circondari e delle sottoprefetture fu realizzata non sulla base di un razionale disegno di omogeneità territoriale bensì ricalcando le tre ripartizioni circondariali precedenti l’annessione, aggiungendo in tal modo ulteriori elementi di squilibrio nella struttura della pubblica amministrazione. Si diede vita così al circondario di Massa-Carrara, comprendente l’ex-principato dei Cybo-Malaspina (Massa, Carrara, Fosdinovo), l’ex territorio della repubblica lucchese, Montignoso, gli ex territori granducali di Fivizzano e Casola, gli ex feudi imperiali di Aulla, Calice al Cornoviglio, Tresana, Rocchetta di Vara, Podenzana, Albiano e Licciana, detti dal 1847 Lunigiana estense; a quello di Pontremoli, con Pontremoli, Mulazzo, Bagnone, Filattiera, Zeri e Villafranca, già appartenuti allo stato dei Borbone di Parma e al circondario di Garfagnana, con a capo Castelnuovo, già Garfagnana estense, accorpato alla provincia di Massa e Carrara a partire dal 1 gennaio 1861 e facente parte, fino a quella data, del Modenese.

Le notevoli contraddizioni della sistemazione amministrativa si ripercuotevano sul potere politico il quale, traendo buon gioco dalle infinite e spesso oggettive divisioni municipalistiche, svolse un ruolo assai pesante nella determinazione delle scelte politiche ed elettorali della provincia. Se da una parte la prefettura vigilava sulle vicende delle due maggiori città, Carrara e Massa, la divisione amministrativa che prevedeva, caso raro in Toscana, un circondario estendersi ben oltre i confini di un collegio elettorale, permetteva al rappresentante politico del governo ingerenze pesanti sulle vicende sociali ed elettorali del collegio di Pontremoli, sminuendo il ruolo del sottoprefetto e il peso del personale elettivo ridotti a mero strumento esecutivo delle scelte e delle decisioni prese a ‘palazzo rosso’. Tali scelte erano sovente finalizzate, a ben vedere, a fare del collegio di Pontremoli un caposaldo dell’orientamento governativo e, nel contempo, a bilanciare le scelte e gli avvenimenti politici ed elettorali dei collegi di Massa, Carrara e di Castelnuovo Garfagnana, probabilmente l’unico circondario che godette di forte autonomia. L’oggettiva disomogeneità della provincia, soprattutto nel suo carattere politico ed amministrativo, perdurò per oltre un cinquantennio creando problemi notevoli sia dal punto di vista amministrativo che sociale e politico.

Ad ogni buon conto, stando ai dati pubblicati in occasione del censimento del 1881, la provincia di Massa e Carrara misurava 1779,91 Kmq; il circondario di Massa-Carrara, comprendente anche alcuni comuni della bassa Lunigiana e della Lunigiana orientale, misurava 871,37 Kmq, quello di Castelnuovo Garfagnana 476,83 Kmq e quello di Pontremoli 431,71 Kmq. La popolazione, sempre secondo i dati del censimento, assommava a 169.469 unità.

Oltre l’80% del territorio era montuoso, compreso tra la catena appenninica e le Alpi Apuane, scarse le zone pianeggianti, perlopiù di fondovalle come la breve striscia costiera subito rotta da alte colline. In questo scenario impervio, scarse erano le vie di comunicazione, se non mulattiere colleganti l’infinita miriade di paesi e borghi medievali che costellavano l’intera provincia: 396 frazioni compresi i centri maggiori senza contare la sessantina di piccole località composte di poche case e riportate unitamente alle frazioni maggiori; 89 erano le frazioni censite nel circondario di Pontremoli, 155 in quello di Massa e Carrara, 152 in quello di Castelnuovo!

La provincia era suddivisa amministrativamente in 14 mandamenti e 35 comuni. Inizialmente, nel 1861, i comuni erano 37, ma in seguito furono soppressi i comuni di Albiano e Terrarossa, assorbiti rispettivamente dai comuni di Aulla e Licciana.

La Deputazione provinciale, tutore e garante dell’unità amministrativa, fu a tutti gli effetti un organo chiave nella omogeneizzazione delle varie élites dirigenti della provincia. Una sorta di regola di esclusione sottraeva a Carrara e ai suoi deputati provinciali peso e rilievo nella determinazione delle politiche dell’ente. La Deputazione rappresentava infatti una sorta di blocco di alleanze tra due realtà diverse (ma socialmente affini) come Massa e la Lunigiana che esercitavano un ruolo di stabilizzazione e di omologazione rispetto agli orientamenti dell’autorità politica provinciale poiché Carrara e la Garfagnana erano ritenute ‘poco affidabili’ sia pure per motivi diversi.

Comnque la peculiarità del territorio e la forte spinta alla frammentazione divennero presto evidenti: già nel 1863 una risoluzione votata dal comune di Massa a cui faceva eco una presentata in quello di Carrara, puntava all’aggregazione delle città apuane al circondario di La Spezia e della Versilia, cedendo la Garfagnana a Lucca e dando vita ad una nuova provincia di vocazione industriale considerata la presenza di un’industria marmifera in forte espansione. Ma il generale Cucchiari deputato del collegio, in una sua corrispondenza al sindaco di Carrara, sconsigliava detta eventualità sostenendo a giusta ragione che lo sviluppo futuro di Spezia avrebbe finito col fagocitare tutte le altre realtà.

Nel ’65 fu il Giorgini, nel suo programma politico a sostenere la necessità di una annessione di Massa a Lucca, ma tale idea non riscosse interesse di sorta, piuttosto opposizione.

E nel 1870 lo stesso prefetto Winspeare sosteneva, nel suo discorso di apertura del consiglio provinciale che “ la provincia di Massa e Carrara ha i suoi confini geografici abbastanza bene delineati dalla natura; ma le sue parti non hanno tra loro omogeneità alcuna. Separate orograficamente, il solo vincolo che per ora le unisce, è affatto amministrativo, e ciascuno dei suoi tre circondari, non ha relazione cogli altri che solo per disposizione di legge”.

Questa dinamica centrifuga caratterizzò tutto il corso delle vicende amministrative postunitarie, e non fu mai risolta proprio in quanto reale punto d’equilibrio tra diversi poteri e diverse realtà territoriali. Quindi, per più di mezzo secoli, il consiglio provinciale e i consigli comunali furono sempre più simili, specie nelle città capoluogo di circondario, a “circoli di ottimati, ove anziché trattare problemi generali si scontravano e si risolvevano interessi particolari o risentimenti personali” che originavano, come scriveva il Conte Tenderini al prefetto nel 1869, “scissure e controversie per cause politiche, per gare commerciali, per rancori di famiglia”.

Scissure che portarono più volte allo scioglimento di importanti consigli comunali (come Castelnuovo nel 1865 e Carrara nel 1870), contribuendo con tale atto interpretato come concreto contributo alla vittoria di una parte sull’altra, ad un periodo di forte instabilità delle amministrazioni locali e quindi ad un maggiore peso dell’autorità prefettizia. Esempio tipico il caso di Carrara: lo scioglimento del consiglio comunale del 1870, dovuto con ogni probabilità alle forti pressioni del ministro Lemmi, non si può ridurre alle ripetute dimissioni di ben venti assessori comunali, ma alla questione che aveva provocato questa situazione di scontro: il progetto di costruzione di una ferrovia marmifera che collegasse i bacini estrattivi con la linea ferroviaria mediterranea e i pontili di caricamento alla marina. L’ambizioso progetto può essere scelto a sigla poiché, nelle molte difficoltà che incontrò, sta il segno delle contraddizioni di un’epoca destinata al tramonto e scossa da fermenti di novità e cambiamento.
Il biennio 1919-1920 nella regione apuana segnò la ripresa su larga scala delle agitazioni operaie che avevano contrassegnato il periodo prebellico, sancendo importanti conquiste salariali e di orario: gli scioperi del 1913-1914 sortirono infatti gli effetti desiderati e, dopo la lunga e dura agitazione, il movimento operaio apuano ottenne notevoli risultati che segnarono uno dei livelli più alti di contrattazione sindacale in tutto il paese, prima di tutte le 6,40 ore lavorative per i cavatori del marmo. Tale situazione fu però rapidamente neutralizzata dallo scoppio del primo conflitto mondial e dalla generale diminuzione delle esportazioni marmifere.

Il 22 giungo 1919, il primo congresso postbellico della C.d.L. (fin dagli albori a prevalente direzione anarco-sindacalista) segnava la ripresa ufficiale delle attività sindacali del movimento operaio apuano. Perno centrale delle agitazioni rivendicative era la lotta al carovita e quindi la battaglia per l’aumento dei salari che sfociò nello sciopero generale del 10 aprile 1920; grazie alla mediazione della amministrazione comunale a guida repubblicana, fu firmato un concordato per la revisione mensile dei salari sulla base delle oscillazioni del costo della vita.

Inoltre, dal gennaio 1920, Il Cavatore, l’organo della C.d.L. diretto da Alberto Meschi, aveva pubblicato una serie di articoli dal titolo “ Cavatori, le cave sono vostre!” firmati dall’avvocato socialista Vico Fiaschi, nei quali si teorizzava l’espropriazione delle cave da parte dei cavatori, spingendo l’ala socialista del movimento sindacale verso il massimalismo e verso una intesa con gli anarchici per la comune conduzione della Camera del Lavoro.

Il tema, caro alla tradizione del proletariato del marmo, che su quel punto aveva costruito mezzo secolo di lotte sociali, divenne una spina nel fianco sia per la grande borghesia marmifera dei “baroni del marmo”, sia per la piccola e media borghesia marmifera che a quella intendeva sostituirsi chiedendo con sempre maggiore forza un riequilibrio della proprietà delle concessioni di escavazione degli agri marmiferi, proprietà concentrata in maniera praticamente monopolistica, nelle mani di un ristretto numero di grandi famiglie industriali, sovente imparentate l’una con l’altra.

Questa nuova classe sociale troverà nel fascismo il più coerente interprete e difensore della propria ascesa sociale.

Il Fascismo a Carrara può essere definito, a tutti gli effetti, una presenza politica entrata in notevole ritardo sulla scena locale, almeno rispetto la data di fondazione del movimento, ma lo squadrismo apuano manifestò rapidamente la sua natura cruenta e sanguinosa, non dissimile dallo squadrismo emiliano e toscano più volte ‘chiamati’ a dar man forte al fascismo locale, per il medesimo obiettivo di distruzione delle organizzazioni del movimento operaio.

Come giustamente osservava Antonio Bernieri, “le prime vicende della nuova organizzazione politica coincidono con quelle personali del suo capo”. Infatti su iniziativa del Ricci, il 13 maggio 1921 si costituiva il Fascio di combattimento di Carrara che contava 60 aderenti; due giorni dopo, il 15 maggio 1921, si svolgevano le elezioni amministrative che vedevano il blocco liberale contrapposto al Partito Repubblicano e al Partito Socialista.

Ma, al di là della data di fondazione effettiva del fascismo apuano, il clima di violenza e terrore stava crescendo rapidamente: il 20 gennaio 1921 l’uccisione di un militante socialista segnò l’avvio di una lunga teoria di omicidi impuniti perpetrati dai fascisti che, attraverso le loro delittuose incursioni, tendevano a colpire i militanti dei partiti operai e democratici, le loro sedi, le loro organizzazioni.

Il bilancio, alla fine del febbraio 1922, conterà circa 50 omicidi perlopiù impuniti e la sconfitta politica ed organizzativa del movimento operaio, sconfitta sancita il 18 maggio dello stesso anno con l’assalto alla Camera del Lavoro di Carrara da parte delle squadracce fasciste del Ricci.

Lo squadrismo carrarese si caratterizzava per una sostanziale filiazione dal partito liberale (tra i fondatori del fascio carrarese figuravano, oltre il Ricci futuro Ras d’Apuania, il prof. Ottorino Bisciolini, direttore de Il Giornale di Carrara, l’avv. Oreste Nori, organizzatore del partito, Pietro Prayer, Rizieri Lombardini, i fratelli Picciati e Carlo Gattini, tutti provenienti dalle fila liberali) e per una base sociale principalmente composta dalla piccola e media borghesia cittadina, interventista e fiumana, apparsa sulla scena politica durante l’ultima fase dell’età giolittiana; da operai del marmo imbevuti di sindacalismo interventista, di reduci della grande guerra, ma anche da un fitto drappello di industriali del marmo che, a partire dal 1922 non esitarono a schierarsi con chi garantiva l’ordine sociale contro un movimento operaio capace di condizionare fortemente la vita politica e sociale delle città apuane.

L’intrinseca debolezza del movimento operaio contrapposta alla ferocia dell’aggressione squadrista, le divisioni storiche interne specie fra la corrente socialista e quella anarchica, l’incapacità di agire se non in maniera disordinata o in seguito ad aggressioni e la mancata comprensione della portata del fenomeno squadrista, segnarono un punto di non ritorno per l’esperienza storica del movimento operaio apuano. Tramonta l’epoca dell’anarco-sindacalismo, del socialismo massimalista, del repubblicanesimo, di quei movimenti politici e sociali cioè che avranno ancora un peso e una consistenza dopo la caduta del fascismo nella storia dell’ Italia repubblicana, s’apriva, per il movimento operaio apuano ed italiano, un lungo periodo di silenzio e di sconfitta.

L’ascesa del fascismo al potere e la legalizzazione della pratica della violenza e dell’aggressione con la conseguente soppressione delle libertà civili di parola e di associazione, comportarono una massiccia emigrazione di leaders e di semplici militanti dei partiti politici e delle organizzazioni sindacali, verso la Francia o gli Stati Uniti: pochi furono coloro che decisero di restare affrontando gli anni duri della dittatura.

A Carrara, meno di diciotto mesi dopo la costituzione del Fascio carrarese, nelle elezioni del 26 novembre 1922 i fascisti conquistarono l’amministrazione comunale, eleggendo sindaco l’avv. Bernardo Pocherra .

Le sorti del fascismo carrarese sono in sostanza le sorti del fascismo apuano. La violenza fascista si era espansa sul territorio provinciale in una maniera sistematica ed organizzata con il preciso intento di colpire le organizzazioni del movimento operaio: fu così a Massa, dove la commistione di fascisti locali e di elementi carraresi e toscani provocò lutti e vittime specie nelle borgate operaie; fu così a Monzone, paese di cavatori nel fivizzanese, nelle campagne di Fosdinovo dove forti erano le organizzazioni bracciantili collegate alla centrale sindacale socialista di Sarzana, così a Pontremoli e nelle restanti parti della Lunigiana dove il fascismo si identificò rapidamente con le classi sociali egemoni della piccola borghesia proprietaria. La scommessa su Carrara fu quindi decisiva per la affermazione delle strutture del nuovo partito, poi del regime, in tutta la provincia.

Rapidamente emarginato Betti, interprete e promotore dello squadrismo massese, Renato Ricci divenne il ras incontrastato del fascismo apuano. In breve però, il dissidio scoppiato all’interno del fascismo carrarese tra il Ricci, “Duce di Apuania” e il Pocherra, basato su di un reale contrasto di interessi, (deciso a fare emergere un nuovo ceto industriale rappresentato dalla piccola borghesia marmifera il primo, vicino agli interessi dei ‘baroni del marmo’ il secondo) configurò le due anime del fascismo apuano.

Il progetto politico perseguito dal Ricci intendeva creare le condizioni di una sostituzione delle organizzazioni sindacali fasciste alle tradizionali organizzazioni del movimento operaio in funzione antagonista ai tradizionali “baroni del marmo”. L’obiettivo era duplice: da una parte la sostituzione della vecchia classe industriale con la nuova classe sociale di cui lui e il fascismo erano principali interpreti, dall’altra gettare le basi per un regime reazionario di massa nella provincia apuana.

Se per diversi motivi, non ultimo la complessa vicenda legata alla nascita e al declino del Consorzio Obbligatorio dei Marmi, il primo obiettivo fu raggiunto, assai più complesso da realizzare si rivelò il tentativo di creare un regime reazionario di massa nella provincia e l’azione del fascismo apuano si infranse contro la diffidenza e l’ostilità del proletariato apuano.

Il momento di rottura venne col fallimento dello sciopero del 1924 voluto da Ricci: la protesta asperrima, dettata dal tentativo di convogliare il ribellismo dei cavatori contro le tradizionali famiglie dei “baroni del marmo”, si concluse sfavorevolmente per i cavatori che videro ulteriormente compresse le libertà di espressione e azione sindacale. In quel frangente l’azione del Ricci suscitò la disapprovazione di Mussolini che intervenne personalmente per far cessare la protesta e dimostrò al proletariato apuano la vera natura sociale del fascismo.

A questa insanabile frattura tra fascismo e proletariato del marmo, siglata dall’abbandono di numerosi squadristi della prima ora, si sommarono nel biennio successivo, le prime battute di arresto di una crisi che coinvolse il settore marmifero a partire dal 1927: sia per il fallimento del Consorzio voluto dal Ricci nel 1930, sia per la sopraggiunta crisi economica mondiale, il proletariato apuano fu gettato nella fame e nella miseria.

L’adesione al P.N.F. non raggiunse mai risultati ragguardevoli nelle masse popolari apuane mentre più forte fu il consenso nelle organizzazioni dopolavoristiche che, grazie alla politica di assistenza svolta, raccolsero vaste adesioni.

Infine, nella seconda metà degli anni Trenta, la nascita della zona industriale apuana e il consolidamento delle fabbriche di armi ed esplosivi in Lunigiana, satelliti naturali dell’Arsenale della Marina Militare di La Spezia , se furono parte fondamentale di una strategia di respiro nazionale per la militarizzazione della produzione industriale, miravano, nella zona apuana, ad utilizzare nuove condizioni storiche al fine di cambiare il profilo industriale della provincia, creando una classe operaia nuova, slegata e distante dal marmo.

In questa e in altre operazioni, intervennero personaggi assai vicini a Ricci, a lui legati a doppia mandata fin dagli albori dello squadrismo toscano quali Ciano e Donegani, ambedue livornesi, eletti deputati nelle liste del blocco liberale durante le elezioni del ’21.

Essi saranno tra gli artefici della politica economica industriale del fascismo e parte attiva di quel ristretto oligopolio di famiglie che avranno la direzione reale delle scelte economiche del paese nel corso di un ventennio. Il Donegani, presidente della Montecatini, rileverà quasi tutte le concessioni degli agri marmiferi dal fallimento delle grandi ditte industriali carraresi, tra cui la ditta Fabbricotti mentre Costanzo Ciano, finanziere ed imprenditore, era il padre di quel Galeazzo che sposerà Edda Mussolini in una tipica commistione tra politica e finanza propria del regime fascista.

Quando la profonda crisi che aveva colpito l’industria marmifera tra il 1927 e il 1935 toccò il culmine e sembrò che la situazione di indicibile miseria delle masse popolari carraresi fosse senza via d’uscita, si verificò un fatto nuovo, tale da mutare radicalmente, anche negli anni futuri, la vocazione economica e produttiva del territorio apuano.

La costituzione della Zona Industriale Apuana (2 marzo 1939) si inseriva in un progetto che prevedeva la costruzione di nuove zone industriali (Fiume, Trieste, Pola, Bolzano, Ferrara, Livorno, Roma, Palermo) finalizzate all’attuazione della politica di autarchia economica successiva alle sanzioni del 1936; tale politica favoriva la nascita di nuovi poli di sviluppo, grandi concentrazioni monopolistiche sul modello dei trusts americaninei settori della chimica e della meccanica. Queste produzioni, perlopiù destinate alla preparazione dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania di Hitler teorizzata fin dal 1938 dai massimi dirigenti del regime e dalle concentrazioni economico finanziarie del paese che vedevano nella guerra un’ottima occasione di profitti, necessitavano di un sistema di infrastrutture e di comunicazioni terrestri e marittime tali da favorire le economie di scala. Fu per questo che la vicinanza di un porto, sebbene ancora in costruzione, alla maggiore arteria stradale del paese la via Aurelia e alla linea ferroviaria Genova-Roma, entrambe collegate con i valichi appenninici, insieme ad una politica di franchigie e forti sgravi fiscali, resero la zona industriale apuana estremamente appetibile agli interessi dei monopoli che, già nel 1935, con la Società Montecatini di Donegani erano pesantemente intervenuti nell’industria marmifera rompendo equilibri centenari. I terreni sui quali avrebbe dovuto sorgere la futura zona industriale apuana, perlopiù fondi agricoli siti nella campagna tra Massa e Carrara, erano espropriabili a buone condizioni, la manodopera, anche specializzata, era disponibile in gran numero e a basso costo poiché agli assunti in loco furono imposti salari mediamente inferiori del 30-40% rispetto ai dipendenti di pari qualifica provenienti da altre parti del paese.

La realizzazione della Z.I.A. bruciò i lunghi tempi dettati dalla burocrazia, pare anche grazie all’intervento personale del dott. Osvaldo Sebastiani, massese, allora segretario particolare di Mussolini e del Ministro Renato Ricci, ormai ai vertici del partito fascista.

Solo per il completamento del porto furono immediatamente stanziati 19 milioni destinati alla prosecuzione dei lavori fermi da un decennio e in tempi brevi il re in persona inaugurò, nel ’39, la nuova zona industriale apuana. Questa occupava un vasto perimetro tra i comuni di Carrara e Massa, allora riuniti nell’ unico comune di Apuania, e al fine di chiarirne la natura produttiva, si riteneva opportuno specificare nell’articolo 12 del Regio Decreto Legge del 24 luglio 1938, convertito in Legge il 5 gennaio 1939, la totale esclusione dalla costituenda Zona Industriale Apuana delle lavorazioni del marmo.

Rompendo situazioni consolidate nei secoli, attraverso la rapida proletarizzazione dei contadini delle campagne massesi e carraresi si era dunque costituita una nuova presenza operaia che produsse una definitiva rottura tra generazioni vecchie e nuove di lavoratori. In effetti, dal ’39 al ’42, gran parte della domanda occupazionale giovanile e della disoccupazione dei lavoratori del marmo fu assorbita nelle nuove attività della zona industriale che, alla data dell’ 8 settembre 1943 contava 44 stabilimenti occupanti 7.902 unità lavorative distribuite nelle diverse realtà produttive: nel Porto e nel Cantiere Navale, ancora agli albori e nelle altre aziende della zona industriale quali la Montecatini Ammonia e Derivati, la Montecatini Calciocianamide, la Rumianca, la Cockapuania, la S.A.I.M.A., la Breda (per la costruzione di bombe a mano, proiettili e caricatori), la Cementeria Italiana Fibronit, la C.A.S.A. (settore cemento), la Iniex, la Marelli, il Catenificio Bassoli, la Diana (costruzione fusti metallici) la Pirelli.

Ma l’operazione organizzata dal regime per creare un proletariato legato a doppio filo al potere dittatoriale era destinata a fallire miseramente: fu proprio la natura di questi grandi complessi industriali a favorire il rapido organizzarsi dentro le fabbriche, di cellule clandestine dei partiti antifascisti, attive soprattutto in forza del contributo delle nuove generazioni di lavoratori.

L’incontro con il sistema della fabbrica rappresentò infatti un’ottima occasione per il proletariato apuano per riorganizzarsi andando ad ingrossare le file dell’antifascismo ed avviare quel lungo e doloroso processo di liberazione che porterà alla liberazione delle città apuane dall’occupazione tedesca e fascista.

L’11 settembre 1926, Gino Lucetti, anarchico individualista, rientrato in Italia dalla Francia dove si era rifugiato nel ’21 per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti, lanciava una bomba Sipe contro Mussolini nei pressi di Porta Pia. Il gesto di Lucetti segna, emblematicamente, il destino dell’antifascismo apuano. Quello “sfortunato gesto liberatorio”, come l’ebbe a definire Antonio Bernieri, divenne, nella mentalità collettiva dell’antifascismo apuano, il segno di una opposizione totale e priva di compromessi ad un regime dispotico e liberticida che tanto sangue aveva versato durante la sua ascesa. Dalla approvazione delle leggi speciali, l’attività antifascista e di opposizione al regime nella Provincia non intermise mai pur riducendosi ad attività clandestina, a qualche scritta murale, al lancio di volantini, alla organizzazione di gruppi clandestini.

E’ quindi proprio durante il periodo di maggiore espansione e consenso di massa al regime che l’antifascismo apuano si caratterizzò per una intensa azione tesa a trovare consenso tra la gente stremata dalla crisi economica che ancora investiva il settore marmifero, tradizionale risorsa dell’ economia apuana.

Dal 1932 l’elenco degli antifascisti inviati al confino si infittiva, e le motivazioni dell’accusa variavano dal ‘confabulava con sovversivi in atteggiamento sospetto’, all’‘aggressione a un fascista’, attività sovversiva’, a ‘canti anarchici, grida ostili al fascismo’, ‘diffusione di volantini o stampa comunista’, ‘scritte murali antifasciste’ e così via.

Anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani, antifascisti in genere costituivano il nerbo dell’antifascismo apuano che qui pagò un prezzo assai alto alla repressione: i documenti parlano infatti di 105 assegnazioni al confino – di cui 4 donne – dal 1926 al 1943 (30 anarchici, 26 antifascisti, 23 comunisti, 8 socialisti, 5 repubblicani, 4 apolitici) e ben 17 condanne del tribunale speciale.

Dopo il 1926 l’antifascismo apuano, duramente colpito dall’azione repressiva del regime, aveva affievolito la propria presenza sul territorio; ma intorno al 1930 riprendeva in vari settori e luoghi della provincia l’agitazione sovversiva. Da Carrara a Massa, a Merizzo di Villafranca, piccoli gruppi di antifascisti riorganizzavano la loro azione politica sul territorio, cercavano di coordinarsi ai centri esteri dell’antifascismo, non intermettevano insomma un’azione rischiosa ed audace che avrebbe poi dato risultati assai incoraggianti.

Era questa una generazione politica sospesa tra vecchi militanti del movimento operaio e giovani cresciuti e formati sotto il regime; una generazione che divenne la struttura portante delle organizzazioni partigiane di tutta la regione apuo-lunense.

La dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, fu accolta da una folla entusiasta, composta soprattutto da giovani che nell’idea della guerra erano stati educati; pochi mesi dopo, il rientro delle salme dei primi giovani soldati caduti sul fronte di paesi lontani e non ostili, fece cambiare radicalmente l’atteggiamento delle nuove generazioni rispetto alla guerra voluta dal fascismo, proprio perchè questa diveniva una realtà tangibile non più attraverso i cinegiornali proiettati nei numerosi cinema cittadini, ma attraverso il dolore.

Dal 1940 era iniziato il progressivo rientro dei combattenti antifascisti dalla Spagna, sovente arrestati e spediti al confino, e il regime aveva dato un ulteriore giro di vite in senso repressivo, comprendendo la situazione di particolare fermento che viveva la zona apuana. Dopo gli iniziali successi dell’Asse, la guerra cambiava radicalmente corso a partire dal gennaio 1943 quando le armate sovietiche a Stalingrado, dopo una eroica resistenza durata 3 mesi, annientarono le divisioni del generale Von Paulus. La notizia ebbe un eco enorme anche nella zona apuana, contribuendo alla nascita della speranza di una prossima fine della guerra e della sconfitta totale dei nazifascisti.

Quando il 25 luglio 1943, durante la celebre seduta del Gran Consiglio del Fascismo il ‘colpo di stato’ regio obbligava Mussolini a rassegnare le dimissioni da capo del governo, anche la lunga crisi del fascismo apuano si consumata con altrettanta celerità, al punto che Carlo Andrei, dirigente comunista e membro del neonato Comitato di Salute Pubblica, affermava che “a Carrara, dopo il 25 luglio, non vi erano fascisti, perchè proprio non c’erano mai stati”, rendendo brillantemente il parossismo di una situazione di disintegrazione di un fenomeno durato un ventennio e che aveva coinvolto la città e specialmente le sue classi dirigenti in profondità.

In un gesto finale, il 29 luglio, quando si era praticamente spenta l’euforia collettiva e ormai giacevano a terra, spezzate e calpestate le insegne del regime fascista, il segretario del disciolto P.N.F. locale consegnava al commissario prefettizio Camillo Bruno la Casa del Fascio e pareva davvero, ai più, di essere emersi improvvisamente da un lungo incubo svanito alle prime forti luci di un mattino di luglio. Solo pochi si resero pienamente conto della fondamentale importanza di quei giorni e di quei fatti e, soprattutto, della necessità di sostituire alle tradizionali istituzioni dissoltesi, una nuova organizzazione basata su principi democratici e capace di non lasciare le città della provincia allo sbando.

Ai primi di agosto, Carlo Andrei, Romualdo Del Papa e Carmelo Del Nero, si recavano, in qualità di rappresentanti dei loro partiti e di dirigenti del Comitato di Salute Pubblica a prendere possesso del Sindacato fascista lavoratori del marmo; un gesto dalla apparenza rituale, dopo i 21 anni intercorsi dall’assalto fascista alla Camera del Lavoro di Carrara, roccaforte del movimento operaio apuano, un gesto carico di significato teso a sottolineare che dalla organizzazione dei lavoratori bisognava ripartire, ricominciare a costruire l’identità politica della regione del marmo.

La caduta del fascismo aveva permesso il riemergere di una vita democratica ancora stentorea, e si andavano ricomponendo movimenti politici e partiti vecchi e nuovi.

Ed è proprio su questa base di collaborazione tra le forze antifasciste che si fonda la caratteristica della Resistenza apuana.

Come giustamente ha scritto Giuseppe Mariani, “la lunga permanenza in carcere di alcuni membri ha permesso loro di attingere ad una cultura del tutto ignorata perfino nelle chiuse università italiane. Essi appaiono inoltre agli occhi dei giovani che solo ora possono interessarsi di politica, come uomini di coraggio che non si sono piegati di fronte al potere del fascismo e hanno affrontato il Tribunale speciale con la salda convinzione di rappresentare le aspirazioni di libertà delle masse popolari italiane. Il problema dell’unità tra tutte le forze antifasciste è per essi predominante, un vecchio tema sempre ribadito nel loro lavoro cospirativo, che ora diventa più attuale che mai, se si vogliono superare le difficoltà della lotta ingaggiata per trasformare le strutture del vecchio stato.”

Il proclama di Badoglio, l’8 settembre, precipitava le città apuane in un grande moto di entusiasmo e di gioia, la guerra sembrava finalmente terminata. Si trattava però di una speranza presto contraddetta dai fatti: la mattina del 9 settembre alcuni reparti tedeschi entravano nel territorio apuano e si scontrano, in più punti, con gli alpini del battaglione “Val di Fassa” di stanza a Carrara e con gruppi di civili e di ufficiali carraresi in congedo, tra cui si distinse il capitano Cucchiari. A Marina di Carrara, nel centro cittadino, a Pianamaggio, sulla Foce la resistenza degli alpini e dei civili venne piegata dalla preponderanza delle forze germaniche. I patrioti lasciarono sul terreno il civile Morello Grassi, il sottotenente Aldo Montolli e altri militari, gli alpini superstiti si sbandarono verso le montagne, lasciando armi e vettovagliamenti rapidamente raccolti ed occultati dalla popolazione. Lo stesso 9 settembre Gino Menconi, Giovanni Bernardi e Dante Isoppi si recavano a Massa dal comandante del Distretto Militare per chiedere le armi necessarie alle squadre che si stavano formando allo scopo di combattere l’invasore tedesco, ma le armi furono loro negate.

I tedeschi fino al giorno 17 settembre non compirono atti contro la popolazione civile; ma quel giorno rastrellarono decine di persone, assiepate prima nei cortili della colonia Vercelli quindi deportate in Germania.

La vita politica subiva, di nuovo, una svolta fondamentale, si ritornava nella clandestinità: si trattava di dare vita alla resistenza contro i tedeschi realizzando una struttura capace di una decisa ed organizzata direzione politica e militare. Il compito venne affidato a Gino Menconi che, assieme a Carlo Andrei, a Bondielli, Sivoli, Mazzuchelli, Dante Isoppi, Don Giuseppe Rosini, ed altri ancora dava vita al primo C.L.N., nel mese di ottobre 1943.

Intanto il dibattito nel C.L.N. si concentrava sulla risposta da dare ai tedeschi, e la linea proposta da Menconi venne fatta propria dal Comitato che decise di resistere alle imposizioni dei tedeschi, di disertare i servizi obbligatori sulle strade, e preparare con accuratezza le forme di sabotaggio e di lotta.

Nell’autunno del ’43 del C.L.N. locale facevano parte, in qualità di dirigenti, Gino Menconi, Carlo Andrei e Antonio Bernieri per i comunisti, Giovanni Bernardi e Dante Isoppi per il Partito socialista, Ugo Mazzuchelli, Olivo Merlini e Romualdo Del Papa per la federazione anarchica, Gino Procuranti e Enrico Isoppi per i repubblicani, Alberto Bondielli e, successivamente Fosco Rossi per la Democrazia Cristiana, Evaristo Piccinini per il Partito d’Azione, ma parte attiva vi ebbero, oltre ad altri esponenti delle forze citate, anche Don Giuseppe Rosini e il colonnello architetto Giuseppe Pagano.

In effetti non esisteva una particolare rigidità per la partecipazione, che si voleva comunque allargata a molti dirigenti e militanti: da ciò scaturiva l’attegiamento diffidente di Menconi che, ben conoscendo i rischi che l’attività clandestina comportava, preferiva farsi rappresentare dall’Andrei per evitare inutili pericoli all’organizzazione e a se stesso, controllato speciale della polizia.

Il C.L.N. rappresentò la forma storica nella quale confluì e trovò espressione di elementare coordinamento una classe dirigente nuova, con forme vecchie e nuove di direzione politica, di lotta per l’indipendenza nazionale e per il rinnovamento del paese in un intreccio di lotta sociale e di lotta armata di grandi e attive minoranze della popolazione.

La complessiva situazione del conflitto e soprattutto le notizie provenienti da Radio Londra, le notizie di altre zone vicine, dove si stavano costituendo bande armate, pose inderogabilmente il problema della formazione di gruppi armati che avrebbero fatto delle Apuane la loro cittadella. Si decise quindi di creare squadre di gappisti, i Gruppi d’Azione Patriottica che divennero ben presto l’organizzazione militare della Resistenza apuana attiva fino alla primavera del 1944 quando “esplose” il movimento partigiano di massa.

Il fallimento politico del fascismo presso le masse apuane, lo spostarsi della stessa classe economica dirigente in uno “opportuno” ed opportunistico attendismo, simpatizzando sommessamente per Badoglio e per il re, il tallone di ferro dell’occupante tedesco e dei suoi tirapiedi fascisti, e le condizioni sempre più drammatiche di miseria materiale, aumentate dal continuo affluire nelle città, e a Carrara in particolar modo, di sfollati provenienti da zone viciniori, furono certamente alcuni tra i motivi principali del successo della Resistenza apuana, ma ancor più lo fu lo spirito di allargamento del fronte democratico antifascista e di governo della città promosso dai partigiani.

Il terreno operativo della Resistenza apuana non si limitava alle città, dal mare alle cave, ma trovava un naturale retroterra in tutta quella parte di territorio fivizzanese posto a nord delle Apuane. Già ai primi del febbraio ’44, nei pressi di Sassalbo si era costituità una formazione partigiana capaggiata dal comunista carrarese Almo Bertolini, che il 17 marzo compiva una azione audace, catturando il presidio della G.N.R. sul passo del Cerreto e il 1 luglio metteva in fuga una colonna di trecento soldati tedeschi.

A metà novembre 1943, intanto, Gino Menconi, richiamato dal partito a fare parte del Comitato Militare Regionale sarà destinato, dai primi di giugno del ’44, al comando della piazza militare di Parma e a Bosco di Corniglio, in quel tragico 17 ottobre 1944, morirà arso vivo dai nazisti guidati da una spia al rifugio del comando partigiano dell’alto parmense.

La Lunigiana occidentale divenne il terreno operativo delle formazioni partigiane spezzine, lunigianesi e sarzanesi. L’ampia fascia appenninica e sub-appenninica fino alla statale della Cisa compresa tra Mulazzo, Filattiera e Bagnone, Villafranca e Licciana e, sempre sulla sponda sinistra del Magra, Tresana e Podenzana, appartenevano alla IV Zona Operativa Ligure che con la Brigata Garibaldina “Ugo Muccini” controllava parte dei comuni di Aulla e di Fosdinovo, mentre la Brigata Garibaldina “Leone Borrini” controllava gran parte della sponda sinistra della media valle del Magra. La parte settentrionale del territorio dipendeva invece dai gruppi parmensi e, alla fine del ’44, la gran parte delle brigate lì operanti, raggruppate nella Divisione Monte Orsaro, dipendeva dal Comando Unico Operativo Parmense (di cui fu commissario il prof. Achille Pellizzari in rappresentanza del partito democratico-cristiano e dove svolsero un ruolo di primo piano Gino Menconi, Paolino Ranieri e Flavio Bertone, tutti comunisti) mentre la Brigata Garibaldi Lunense, creata dal Maggiore inglese Anthony Oldham l’8 agosto 1944 a Regnano di Casola rimase, con le brigate e le formazioni carraresi e i “Patrioti Apuani” comandati da Pietro Del Giudice, legata al Comando Unico Apuano. Molti furono i lunigianesi che ricoprirono incarichi di grande importanza nelle formazioni operanti nella regione; ricordiamo la brigata “Matteotti-Picelli”, comandata da Nello Quartieri “Italiano” o la Terza Brigata Garibaldina “La Spezia” comandata da Angelo Marini “Diavolo Nero”; Antonio Cabrelli poi era Commissario della IV Zona Operativa Ligure, Mino Tassi, Commissario della III Brigata “Beretta”, Guglielmo Antiga, Commissario della II Brigata “Julia”, Edoardo Bassignani, Commissario della Brigata Garibaldi “Borrini” cosiddetta in memoria del comunista lunigianese Leone Borrini, caduto sul fronte del Jarama durate la guerra civile spagnola. Anche in Lunigiana dunque la resistenza si organizzava capillarmente, non sempre riuscendo a trovare un comune equilibrio operativo, come testimoniano i forti contrasti tra il Comando di Zona o delle diverse Brigate, specie della Colonna “Giustizia e Libertà” con il Battaglione Internazionale del maggiore inglese Gordon Lett, di stanza a Rossano di Zeri fin dall’ottobre 1943. I ripetuti bombardamenti alleati sulle fabbriche militari, lungo la ferrovia Spezia-Parma e la statale della Cisa, la distruzione di Aulla, dimostrano, purtroppo, l’importanza strategico-militare di quel territorio.

Ovunque le azioni militari partigiane si susseguivano intensamente dalle spiagge alle cave di marmo, dalle pendici della Tambura alle valli del Lucido, nelle valli e nelle sommità appenniniche. Ma la risposta dei nazifascisti non si fece attendere; già il 5 maggio ’44 erano state trucidate a Mommio dai nazisti sei vittime innocenti.

A distanza di cinquant’anni appare più chiaro il disegno criminale di Reder, che usò la rappresaglia contro le popolazioni civili inermi come arma terribile nel tentativo, inutile, di sradicare le basi di solidarietà e collaborazione tra le popolazioni civili e la Resistenza. E’ la stessa logica che ha costellato tutte le stragi naziste e fasciste in Europa, la stessa logica che caratterizzava quei terribili mesi tra il giugno e il settembre 1944 quando, in una morsa di orrore, morte e distruzione si susseguirono, ininterrotte, rappresaglie e stragi in tutta la zona operativa tra gli Appennini e le Apuane.

Il 13 giugno a Forno 72 civili vennero trucidati, il 12 agosto 435 a S. Anna di Stazzema, il 19 agosto 160 a Valla e a Bardine S. Terenzo, il 24 agosto a Vinca 173 eppoi ancora il 16 settembre a Bergiola 72 civili massacrati e lo stesso giorno a Massa, alle Fosse del Frigido altri 147 civili fucilati. Un elenco incompleto, perché molte e molte ancora furono le stragi dei nazifascisti nella nostra provincia, nella vicina provincia di Lucca e nelle altre province toscane: dietro la loro ritirata i nazifascisti volevano seminare morte e distruzione.

In questo contesto di profonda insofferenza popolare verso gli occupanti e i fascisti, nonostante che pochi giorni prima fosse stata perpetrata l’atroce strage di popolazione inerme a Forno, la rivolta delle donne carraresi contro l’ordine di evacuazione della città divenne una pietra miliare, un punto fermo della Resistenza e del suo indissolubile collegamento con la popolazione. I Gruppi di difesa della Donna, animati in principio da attiviste comuniste e rapidamente estesi alla partecipazione delle altre forze del C.L.N. e il C.L.N. medesimo avevano a lungo preparato quella dimostrazione, che portò circa 700 donne a protestare davanti al comando tedesco.

La convinzione di un prossimo arrivo degli alleati aveva indotto il C.L.N. a lanciare un volantino che invitava la popolazione ad intensificare la lotta ed esortava gli operai degli stabilimenti a sabotare i tedeschi intenzionati a smontare i macchinari per trasferirli al Nord. L’iniziativa del partito comunista, condensata nella parola d’ordine “non abbandonare la città” mise in moto i Gruppi di Difesa della Donna che, in un volantino diffuso il 16 giugno, invitava le donne a manifestare apertamente il loro malcontento nelle piazze e davanti agli uffici annonari.

Quando, il 7 Luglio fu affisso l’ordine di evacuazione promulgato dal comando germanico, la iniziale reazione di paura e sgomento si trasformò, progressivamente, in determinazione a non abbandonare le proprie abitazioni, ignorando l’ordine tedesco. La rivolta delle donne carraresi del luglio ’44 segnò inesorabilmente uno spartiacque nell’azione politica della Resistenza, determinando i termini di uno scontro che, anche sotto il profilo dell’azione militare, andava vieppiù inasprendosi.

Il 16 luglio i partigiani attaccavano la caserma delle Brigate nere nel cuore della città, il 1 agosto venivano assaltate le carceri di Massa, il 17, a Bardine S. Terenzo un gruppo di partigiani si scontrava con un reparto di S.S. distruggendolo.

La risposta dei nazifascisti non si fece attendere: tra il 23 agosto e il 4 settembre 1944 venne effettuato un rastrellamento su vasta scala che interesserà tutta la zona retrostante la linea gotica. Durissimi combattimenti vi furono al Monte Borla, al Monte Sagro, al Boscaccio, a Campo Cecina, a Colonnata, al Falco, a Tenerano.

Ma le rappresaglie e i 566 civili inermi, soprattutto donne, bambini e vecchi barbaramente trucidati in quei giorni, non piegarono lo spirito della gente apuana, che risponderà alla ferocia nazifascista intensificando la lotta e l’azione della Resistenza.

I tedeschi attaccarono allora le cave, nel tentativo di espugnare quella cittadella della libertà e, respinti e sconfitti, venne loro impedito di fare saltare i ponti della ferrovia marmifera, e nei combattimenti al Torrione, il 24 settembre, vennero nuovamente respinti con pesanti perdite.

La risposta della resistenza carrarese fu audace, il nemico vacillava: il 25 ottobre, vi fu un rastrellamento in città, questa volta compiuto dai partigiani, che portò alla cattura di 17 militi della Guardia Nazionale Repubblicana.

In un clima di entusiasmo e di consapevolezza della propria forza e della radicatezza tra la popolazione civile, l’8 novembre 1944 avviene la prima liberazione di Carrara; dopo aspri combattimenti le formazioni partigiane entrarono in città e la liberarono, tra l’esultazione generale.

La prima liberazione di Carrara, ingiustamente criticata come “mossa avventata e prematura” dal Comando di Divisione della Lunense, era nata a seguito di condizioni particolari ed eventi che, ad un dato momento, sfuggirono al controllo dello stesso C.P.L.N.

A seguito di numerosi arresti di partigiani, causati da una spia tedesca, una donna italiana assai affascinante, Anita Sanna, che aveva progressivamente conquistato la fiducia di giovani partigiani e provocato l’arresto di 19 cittadini, perlopiù giovani, dai quali, con ogni mezzo, si voleva sapere chi fossero i dirigenti del C.L.N. e i dirigenti militari della Resistenza, si era creato un clima di grande tensione in città e le famiglie degli arrestati, tra i quali erano i figli di note famiglie della borghesia carrarese, fecero molte pressioni sul C.L.N. per addivenire alla liberazione degli ostaggi che, si diceva, sarebbero stati fucilati da un momento all’altro.

Il 7 novembre, il Comando di Brigata fece disporre formazioni partigiane nei punti strategici sopra la città, controllandone tutte le vie d’accesso, e decise per un’azione a sorpresa da svolgersi in piena città e in pieno giorno: l’eliminazione della donna. Una squadra sappista, comandata dall’anarchico Giovanni Mariga detto “Padovan”, attese la donna nella centralissima via Roma e la freddò, inseguendo poi, invano, il suo compagno, svanito all’interno del palazzo del Politeama Verdi. La donna, ormai cadavere, fu caricata su di un carretto e trasportata all’ospedale tra due ali di folla, dove il dottor Umberto Bertoloni, di guardia al Pronto Soccorso, ne costatò il decesso e consegnò un libricino fitto di nomi e notizie e altre carte a Giuseppe Mariani del C.L.N. che era presente.

Di fatto, dopo quell’azione, le formazioni partigiane entrarono in città, scontrandosi più volte con i tedeschi che rapidamente l’abbandonarono per ritirarsi verso il mare. La notizia, grazie a Radio Londra, si diffuse rapidamente in tutto il mondo.

Il Ridotto del Teatro degli Animosi divenne la sede ufficiale dei tre Comitati di Liberazione, quello provinciale, quello di Carrara e quello di Massa, iniziando ad organizzare il lavoro necessario alle esigenze dei circa 120.000 cittadini presenti in città e preparandosi per le trattative richieste dal comando tedesco per la liberazione dei prigionieri.

In effetti, dopo i grandi rastrellamenti e dopo la fuga delle Brigate nere, venne meno l’esigenza della rigida clandestinità, e il C.L.N. si configurò come l’unica autorità di governo riconosciuta dai cittadini, e proprio perchè i suoi membri erano conosciuti e riconosciuti dalla popolazione apuana, ad essi ci si rivolgeva ed in essi, nel loro operato democratico, si ponevano speranze e certezze che avrebbero caratterizzato la successiva epoca repubblicana.

Il C.L.N. organizzò praticamente l’amministrazione civile, creò una propria esattoria, affidandone la direzione ad Ugo Mazzucchelli, comandante della formazione di stanza più prossima alla città: qui, convocati i cittadini più ricchi, si chiese loro di contribuire concretamente, a secondo delle proprie disponibilità economiche, a lenire la penuria di generi alimentari; dagli stabilimenti della zona industriale furono prelevate merci scambiabili con danaro e generi alimentari; furono infine convocati i direttori delle banche cittadine nella sede della Banca d’Italia, ed esposte loro le drammatiche condizioni alimentari della città, si chiesero i fondi necessari per provvedere agli acquisti.

Dal novembre ’44 all’aprile ’45 fu un susseguirsi di azioni militari che tendevano a mantenere l’occupante in un perenne stato di tensione e di insicurezza, sottoposto ad una pressione incessante delle formazioni partigiane vieppiù numerose e meglio organizzate grazie all’armamento sottratto al nemico.

Infine, l’8 aprile scattò l’insurrezione e le città apuane vennero definitivamente liberate dai partigiani che, agli alleati arrivati a Massa il 10 e a Carrara l’11 aprile, consegnarono ben 710 tedeschi fatti prigionieri, mentre altri 300 caddero sotto il fuoco partigiano. La liberazione delle città apuane, come ricorderà in un suo messaggio il Colonnello Miller, avvenuta per la sola mano dei partigiani, permetterà una rapida avanzata in Liguria.

Nei giorni successivi dell’aprile ’45, anche gli altri comuni vennero liberati, fino alla liberazione di Pontremoli, avvenuta il 27 aprile.

Dalle fila della Resistenza provengono gli uomini che ebbero il difficile compito della ricostruzione. Pietro Del Giudice, comandante dei Patrioti Apuani, nominato Prefetto della Provincia di Apuania su designazione del C.P.L.N. e ratifica del Comando Militare Alleato, si prodigò, insieme a tutti i componenti dei vari Comitati di Liberazione cittadini, nella difficile opera di ricostruzione economica, civile e morale di una regione pesantemente colpita dagli eventi bellici. Il 26 aprile 1945, il prefetto Pietro Del Giudice, sempre su designazione del C.P.L.N e ratifica del Comando Militare Alleato, nominava Alberto Bondielli Presidente della Deputazione Provinciale, organismo che durò in carica fino al maggio 1951, data delle prime elezioni provinciali. Inoltre, il decreto legge n°48 del primo marzo 1946 ricostituiva i Comuni di Massa, Carrara e Montignoso, accorpati nel comune di Apuania fin dal 16 dicembre 1938.

Un quindicennio di disastrosa crisi economica e di guerre fasciste avevano ridotto allo stremo le città e le popolazione apuane; il senso dell’inizio di un’era nuova, di grande riscatto sociale e morale era diffusa ben oltre i partiti della sinistra.

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