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Pontremoli e Zeri

Pontremoli è un tipico esempio di città medievale nata in seguito all’aggregazione di un borgo attorno ad un mercatum della giurisdizione della pieve dei santi Ippolito e Cassiano di Urceola. Sviluppatasi a partire dalla fine del primo millennio, soprattutto grazie al ruolo di sosta obbligata sulla via di Monte Bardone, è ricordata da Sigerico, arcivescovo di Canterbury, come tappa del suo viaggio di ritorno da Roma (994). Nel 1154 vi sosta l’abate islandese Munkathvera, dandone notizia nel suo itinerario; nel 1191 Filippo Augusto re di Francia, di ritorno dalla terza crociata vi soggiorna qualche tempo. Tappa obbligata nei transiti nord-sud della penisola di pellegrini, mercanti, papi, re, imperatori ed eserciti, il borgo medievale, sviluppatosi lungo le grandi arterie della viabilità medievale, diviene ben presto, per la sua posizione strategica, oggetto di numerosi interessi civili e religiosi. Molte delle sue chiese nel medioevo erano legate a potenti ordini religiosi: San Nicolò, la più antica chiesa cittadina, dipendeva dall’abbazia benedettina di San Caprasio di Aulla; S. Giorgio, dove è ancora visibile l’abside medievale, dall’abbazia di Leno; il monastero e l’ospedale di San Giovanni, ora scomparsi, facevano capo all’omologa istituzione benedettina parmense, la chiesa di San Colombano era legata alla famosa abbazia di Bobbio, la chiesa di San Giacomo agli ospitalieri di Altopascio mentre la chiesa di San Pietro era legata all’abbazia benedettina di Brugnato. La storia della città è sovente segnata, in antico, da passaggi, guerre, distruzioni: nel 1110 Pontremoli veniva espugnata dall’imperatore Enrico V poiché gli impediva il passaggio, come ricorda nel Cronicon Ottone di Frisinga. Era già una città munita di torri e di mura, sovrastata dal nucleo primitivo del castello del Piagnaro. Posta alla confluenza del Verde con il Magra, si distingueva per un impianto urbanistico che, dominato a nord dalla mole del castello del Piagnaro, digradava verso la confluenza dei due fiumi. Suddiviso tra Sommoborgo e Imoborgo, che Castruccio degli Antelminelli separò fisicamente nel 1322 con la costruzione del castello di Cacciaguerra allo scopo di sanare le cruente lotte tra fazioni politiche e familiari guelfe e ghibelline, crebbe nel tempo secondo questa impostazione trecentesca. La “cortina di Cacciaguerra” in parte ancora visibile, ma in maggioranza inglobata nelle abitazioni private fin dal ‘500, aveva nella torre centrale l’unico passaggio possibile tra le due parti della città. Quella torre, rimaneggiata in seguito, divenne il celebre Campanone. La cortina superiore dava sulla attuale piazza del Duomo, l’inferiore sulla attuale piazza della Repubblica dove ha sede il Palazzo Comunale. Infine, il castello detto Castelnuovo ricavato da un antico torrione quadrato che, posto sulla sinistra del Verde copriva l’antico ponte, sorvegliava l’unico accesso alla città. Di quel castello oggi è visibile la possente mole della torre.

Libero comune fieramente opposto ai Malaspina, dalla metà del Trecento inizia una inesorabile decadenza dovuta alla politica di espansione delle signorie e degli stati regionali che più volte lo contendono e lo sottomettono: i Rossi di Parma e gli Scaligeri alleati dei Malaspina principalmente. Si concede alla signoria di Luchino Visconti fino al 1404, e ancora i Rossi e i Fieschi cui si danno al primo, la parte a nord della cortina muraria della fortezza di Cacciaguerra, al secondo la parte meridionale; nel 1430 viene occupata dal Piccinino, e passa quindi sotto i domini degli Sforza fino agli inizi del ‘500. Durante l’occupazione milanese Pontremoli subisce il terribile assedio delle truppe di Carlo VIII che infine la incendiano bruciando con essa i preziosi archivi comunali. Nel 1526 la città si consegna agli spagnoli di Carlo V, vittoriosi a Pavia, e a questi rimane fino al 1647, per poi passare, per un periodo di tre anni alla Repubblica di Genova e infine a Ferdinando II, granduca di Toscana. A questi resterà fino al 1847: da quella data fino al 1861 entrerà a far parte dei domini dei Borbone di Parma. Nel secolo compreso tra il 1650 e il 1750, prima che la riforma leopoldina ponesse fine ai privilegi medievali di zona franca di cui Pontremoli godeva, essa ritrova un proprio ruolo dinamico, principalmente grazie al commercio dei grani tra Pianura Padana e città tirreniche divenendo un passaggio obbligato per le merci che transitavano per il porto di Livorno. Le famiglie pontremolesi impegnate in queste attività assurgono rapidamente a nuova ricchezza e nel borgo medievale nascono nuove e magnifiche residenze, concentrate soprattutto tra Porta Parma e Porta fiorentina, e costruite con gusto squisito dalle famiglie maggiorenti. E’ il caso di palazzo Ruschi-Pavesi che, iniziato nei primi del ‘700, si affaccia su via Ricci-Armani e su piazza della Repubblica con tre ordini di piani, cento stanze e due cortili interni, mentre sul lato che guarda il fiume una grande loggia si apre sopra di un giardino; l’interno conserva magnifici affreschi dipinti da Giovan Battista Natali (1698-1765) e dal nipote Antonio Contestabili (1716-1790), tra le migliori espressioni pittoriche del barocco pontremolese. Palazzo Tricadini mantiene la struttura quattrocentesca di casa torre, mentre palazzo Dosi, costruito a partire dal 1743 secondo il progetto di Giovanni Battista Natali, si apre su di un grande cortile interno poggiante su colonne; dallo scalo si accede al grande salone dalla volta affrescata dal Natali e da Giuseppe Galeotti, raffigurante il trionfo dei Dosi e nelle sale vicine troviamo altri pregevoli affreschi realizzati da Antonio Conestabile. Poco distante è il quattrocentesco palazzo Noceti, recentemente restaurato dove sono ben visibili, oltrepassato l’arco di ingresso, le antiche colonne rinascimentali e una grossa colonna di pietra appartenente all’originario edificio duecentesco. Da notare inoltre palazzo Petrucci che si affaccia su via Mazzini con un balcone adornato da due pregevoli statue marmoree poste alla sommità dei due portali d’ingresso; dal cortile si accede al piano nobile con grandi saloni sempre affrescati dal Natali (1669-1735) e dal figlio Giovanni Battista. Sulla piccola piazza Saffi si affaccia il palazzo Negriprogettato da Giovan Battista Natali, dove prima del crollo delle volte erano visibili gli affreschi con le storie di Sansone, dipinte dal fiorentino Alessandro Gherardini tra il 1675 e il 1680, mentre è ancora possibile godere del giardino all’italiana che dà sul lato del fiume; infine nel salone nobile di palazzo Damiani è visibile la favola di Niobe, suggestivamente dipinta dal Contestabili. Si può quindi affermare che la ricca architettura di Pontremoli fra Sei-Settecento fu un interessante fenomeno artistico e culturale sviluppatosi attorno ad un ristretto nucleo di famiglie di committenti ed a una famiglia di artisti, i Natali appunto, capaci di dare un’impronta omogenea e nel contempo originale a queste realizzazioni architettoniche. Il culmine di questa grande stagione artistica e architettonica si ha nei magnifici interni di villa Dosi-Delfini, costruita nel podere dei Chiosi, luogo poco discosto dalla città. Passato il ponte sul torrente Verde, un viale alberato immette nel giardino, sovrastato da due magnifici cedri del Libano piantati nel 1863 e ingentilito da ornamenti marmorei e piccole fontane. Un grande scalone a doppia rampa porta al loggiato che si estende per ben 120 metri, adorno di balaustre marmoree e di graziose statue; in una interessante soluzione prospettica, un secondo ordine di archi si svolge al termine dell’edificio, a ridosso della collina che sovrasta la villa. Dal grande loggiato si accede al corpo centrale della villa, voluta sul finire del Seicento da Carlo e Francesco Dosi e realizzata con buona probabilità da Francesco Natali, allievo del Bibbiena autore degli affreschi assieme ad Alessandro Gherardini. Gli interni si sviluppano in grandi saloni voltati arricchiti da prospettive architettoniche dipinte con fine maestria. Notevoli i quadri a figura dipinti dal Gherardini, in particolare la rappresentazione delle tre parche sedute sulle nubi. Gli interni, magnificamente arredati, offrono scorci suggestivi sul parco. Nei dintorni di Pontremoli sorgono inoltre la villa Ruschi-Pavesi presso Teglia e la villa Pavesi-Negri presso Scorano, gradevoli residenze di campagna di famiglie che con i Dosi avevano stabilito forti legami commerciali. Anche qui, gli interni decorati e il giardino adorno di marmi e piccole fontane amplificano le suggestioni del paesaggio che si apre tutt’attorno.

Tornando alla città, di grande interesse sono i due ponti medievali che collegano le diverse parti del borgo medievale: il magnifico ponte romanico di San Francesco della Cresa e il cinquecentesco ponte del Casotto dominato dalla omonima Torre, assunto ad effigie della città. Un ulteriore simbolo della città è il “labirinto”, allegoria del pellegrinaggio medievale conservato nella Chiesa di S. Pietro, mentre in San Nicolò si conserva un pregevole crocifisso ligneo detto il “Cristo nero” del XVI sec. e a Traverde, presso l’Oratorio di San Rocco e Sebastiano si conservano parti di affreschi quattrocenteschi. Se è il Duomo l’edificio religioso di maggiore interesse architettonico grazie alla grandiosa cupola ultimata nel 1683, artisticamente l’edificio religioso che conserva le opere di maggior pregio è la Chiesa della S.S. Annunziata risalente al XV secolo, posta nell’omonimo borgo sviluppatosi a seguito della fortuna di questo luogo di culto, un chilometro a sud della città laddove la tradizione vuole che la Madonna sia apparsa ripetutamente ad una pastorella. Il monastero degli agostiniani deliberato dal Consiglio Generale della città nel 1474 fu consacrato nel 1524, e la facciata, originale fusione di differenti motivi architettonici, fu ultimata nel 1558. La chiesa, ad un’unica grande navata, ha l’abside sopraelevata rispetto al piano della chiesa, con cantoria ed organo. Al centro della navata vi è il tempietto marmoreo, opera di pregevole fattura realizzata in Carrara nel 1526 da artisti locali sotto la direzione del Tribolo. La porta di ingresso al tempietto ottagonale è sovrastata da una lunetta marmorea attribuita alla scuola di Jacopo Sansovino, e da statue a tutto tondo inserite in nicchie nonché da pregevoli figurine poste agli otto angoli del frontone. Dietro il tempietto è una pregevole pala lignea del XV sec. raffigurante la Madonna e gli Evangelisti attribuita al pittore genovese Giacomo Serfolio, mentre sopra l’altare maggiore è posta l’Adorazione dei Magi di Luca Cambiaso, datata 1558; dietro l’altare cinquecentesco è invece conservato l’affresco davanti al quale si ebbero le miracolose apparizioni. La sacrestia è tutta una pregevole opera di intarsio costato otto anni di lavoro al frate Francesco Battaglia che ultimò questo lavoro certosino nel 1676. Il convento si svolge su due chiostri affiancati, partiti da colonne monolitiche di arenaria e capitelli di varia foggia. Nella grande sala del Capitolo sono stati recuperati in recenti restauri affreschi del ‘500 rappresentanti la Crocifissione e i Santi. Risalendo la statale della Cisa si incontra Montelungo, già xenodochio benedettino ed antico ospitale per la sosta dei pellegrini ed oggi noto per la presenza di sorgenti termali curative; se invece si risale da Pontremoli lungo la provinciale del Brattello, si incontra Grondola, borgo conteso ripetutamente tra piacentini, parmensi, pontremolesi e Malaspina poiché luogo strategico per il controllo degli accessi all’alta valle del Magra. Questi territori furono dei parmigiani e dei piacentini fin tutto il Duecento, quando i pontremolesi, conquistando ed abbattendo il castello di Grondola, cercarono di stabilire la loro influenza sulle valli a nord della città. Grondola resterà ai parmigiani per tutto il ‘300 e metà del’400, e solo dopo la breve parentesi del dominio dei Fieschi passerà definitivamente, nel 1457, a Pontremoli che obbligherà i grondolesi a non ricostruire più il castello del quale sono ancora visibili i ruderi della torre castellana.

Il suggestivo paesaggio di queste valli che si incendia nei colori dell’autunno, offre una grande ricchezza naturalistica. Le case rurali, ancora coperte di piagne, raggruppate attorno ad una piccola chiesa, ad una aia, circondate da prati e castagneti mantengono intatta la tradizionale fisionomia storica del paesaggio. Terra di grande emigrazione verso Francia, Inghilterra ed Americhe, prezzo pesantemente pagato nel passato, questi paesi si popolano di nuovo con l’arrivo dell’estate, si colorano di feste paesane e di serate danzanti, nel tentativo di rinsaldare le proprie radici e i profondi legami con la propria terra.

Nella Valle del Verde si incontra la antica Pieve di San Pancrazio, che mantiene l’impianto romanico a tre navate; ma la chiesa è maggiormente nota perché vi si conservano i Pipin, piccole statuette di legno intarsiato e colorato che rappresentano bambini o parti del corpo, quasi ex voto propiziatori ereditati dalla cultura pre-cristiana. L’abitudine alla lavorazione del legno produsse, in passato, vere e proprie specializzazioni produttive come a Bratto, nota per la produzione di culle decorate. A Cervara, tra le strette viuzze fiancheggiate dalle case di pietra, si osservano i faccion antiche sculture apotropaiche in pietra che rappresentano volti deformati e spaventosi, posti sui muri allo scopo di impaurire e scacciare il maligno, la sfortuna e la malasorte. Gli stretti di Giaredo lungo la valle del Gordana, rappresentano uno dei più interessanti momenti naturalistici: si tratta di una profonda incisione del torrente nella roccia sedimentaria, di un orrido insomma, cui sono legate, come nel caso di altri fenomeni naturali, leggende di diavoli, pastorelle e santi. Lo zerasco si caratterizza soprattutto per le sue bellezze paesaggistiche, per un tipo di agricoltura alpestre e per l’allevamento bovino ed ovino che sono ancora una comune caratteristica di questi luoghi.

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