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Massa

“Quanto all’inverno prossimo, sono ormai deciso di andarlo a passare a Massa di Carrara… Quel clima è ottimo, simile al clima di Nizza, e forse migliore di quel di Roma: non vi nevica mai, e si esce e si passeggia senza ferraiuolo; in mezzo alla piazza pubblica crescono degli aranci, piantati in terra!”

Così Giacomo Leopardi descriveva il mite clima di Massa, un clima tale da fare crescere piante di aranci nella piazza pubblica.

Piazza Aranci, cuore della città, venne realizzata, così come noi oggi la conosciamo, nel 1807 quando sotto il governo di Felice ed Elisa Baciocchi venne demolita la chiesa di S. Pietro in Bagnara che fino ad allora aveva fronteggiato il palazzo Ducale, ostruendo una compiuta visione prospettica sullo stesso.

La sorpresa di Leopardi, e in seguito di molti altri illustri visitatori, era data da quella doppia fila di alberi di arancio che per tre lati circondano ancor oggi la piazza omonima. Progettata come altre imponenti piazze monumentali, quali piazza Elisa a Lucca, per dare respiro monumentale alle principali città dello stato sorto in seguito alla fusione dei territori lucchesi e apuani, essa diveniva il nuovo centro di una città ancora fortemente legata all’originale impianto rinascimentale della sua fondazione.

Già nel 1702 Teresa Pamphili, moglie di Carlo II Cybo, aveva incaricato l’architetto carrarese Alessandro Bergamini di dare uno stile finalmente unitario all’imponente mole di Palazzo Ducale e il risultato fu la realizzazione di una facciata festosa, un vivace alternarsi di decorazioni marmoree o a stucco bianco delle 61 finestre, del portone di accesso e del balcone del piano nobile posti su tre ordini e fusi dal fondo colorato di ocra rossa. Il palazzo Ducale nasceva nel 1563, dopo la fondazione della città per opera di Alberico Cybo Malaspina e la costruzione delle nuove mura di Massa, come prima aggiunta al corpo di un palazzotto quattrocentesco già proprietà dei Malaspina, nel quale – correva l’anno 1552 – Alberico aveva svolto i solenni festeggiamenti per le nozze con Elisabetta Della Rovere. Di quel primitivo edificio il recente restauro di Palazzo Ducale ha restituito, nella parte meridionale, un finestrone quattrocentesco. Quindi, nel 1568 Alberico Cybo Malaspina commissionava al luganese maestro Rocco fu Martino di Suvigo, i lavori per l’innalzamento della casa malaspiniana e per la relativa omogeneizzazione con l’ala costruita a fianco di questa, al fine di trasferirvi la propria abitazione e la corte. Nella seconda metà del ‘600 sotto Carlo I e quindi Alberico II Cybo, il palazzo assunse le dimensioni odierne e venne costruito il grandioso salone degli Svizzeri – attualmente sede di importanti eventi culturali – il loggiato interno, l’ala posteriore e, sempre sotto la direzione dell’architetto carrarese Francesco Bergamini, il monumentale scalone di accesso al piano nobile e l’ariosa loggia sovrastante. Come accennato, nel 1702, Alessandro Bergamini ideò il magnifico grottesco, con il Nettuno marmoreo, la splendida alcova marmorea di Carlo II e il Teatro ducale, funzionante fino alla metà del secolo scorso ma oggi scomparso. Il grottesco e le stanze vicine furono affrescate dal Lemmi, pittore fivizzanese a cui si debbono anche lo scenario, i fondali e le decorazioni teatrali. Purtroppo nulla resta delle splendide collezioni di statuaria e di pittura raccolte dai Cybo, raffinati e spregiudicati mecenati fin dai tempi di Alberico e del Cardinale Alderano che presso la propria residenza romana, in piazza Navona, conservava notevoli tesori. La quadreria così come altri preziosi beni venuti in possesso degli eredi causa un preciso dettato del lascito testamentario, erano già definitivamente dispersi a metà Settecento al fine di coprire gli innumerevoli debiti contratti dall’ultimo duca, Alderano, che con l’illustre avo spartiva solo il nome. Difatti se il primo aveva raccolto centinaia di statue, quadri e un’imponente biblioteca, il secondo fece il possibile per disperdere questi tesori, considerati vieppiù come patrimonio personale che dello stato. Chi oggi volesse ammirare gran parte della collezione dei marmi dei Cybo, può trovarla disseminata nel palazzo del Quirinale e in altre illustri dimore della corte papale. La restante opera di spoliazione fu perpetrata dalle truppe francesi, sicché ai primi dell’Ottocento il palazzo appariva com’è oggi, privo di tutto ciò che era fastosa decorazione marmorea, di putti, statue e fontane all’interno del palazzo e lungo i cornicioni del grande loggiato.

Per secoli il cuore della città rinascimentale era stata l’attuale piazza Mazzini, popolarmente detta Piazza Mercurio da quando, nel 1770, una colonna marmorea posta nel luogo della vecchia fontana porta in sommità la statua del messaggero degli dei. La piazza è un piacevole insieme architettonico su cui si affacciano nobili palazzi signorili come Palazzo Bourdillon già Staffetti, Casa Manetti, il secentesco Oratorio di S. Giovanni Decollato, costruito tra il 1639 e il 1641 con cupola a pianta ottagonale e un piccolo campanile. Questa graziosa costruzione conserva all’interno, preziosi altari di marmi policromi e una tela di fattura notevole eseguita da Domenico Fiasella, rappresentante la Madonna in trono con angeli e santi che assiste le anime purganti. Sulla piazza, presso il palazzo già sede della Banca d’Italia, sorge la Civica Biblioteca ‘Stefano Giampaoli’, tra le più ricche e fornite del territorio ove si conservano preziose collezioni di libri e opuscoli, in parte provenienti da intelligenti acquisti, in parte lascito di privati o di accademie massesi quale quella “de’ Rinnovati”. Nell’angolo sud-est della piazza, lasciando le piacevoli prospettive rinascimentali delle strade che conducono alla Porta Martana per poi tornare verso piazza Aranci, ci si inoltra per la via detta la Piastronata che, lastricata a metà del ‘500, offre un’insolita e piacevole prospettiva mediterraneggiante, completamente difforme rispetto ai rettifili rinascimentali, salendo per larghi gradoni verso la Rocca Malaspiniana. Antica via di collegamento tra gli insediamenti abitativi nati ai piedi del castello collegava, all’interno delle cinte murarie, la rocca con le capanne e casupole sorte per dare rifugio alla popolazione quando, invasioni od assedi, rendevano critica la permanenza nei villaggi e negli insediamenti del contado sottostanti.

Lungo la Piastronata, nei pressi del Palazzo di Santa Elisabetta, sede della Deputazione Storica tra le Antiche Province Modenesi, si incontra uno dei pochi avanzi di “Massa Picta”, ovvero di quelle magnifiche decorazioni cinquecentesche che adornavano le case della città di nuova fondazione, perdute più per l’incuria degli uomini che per le ingiurie del tempo. L’avanzo raffigura una scena conviviale tra una cortigiana e un menestrello con liuto seduti presso un pozzo. Poco più avanti s’incontra il cinquecentesco complesso del Monastero di S. Chiara, nel cui oratorio si conservano una tavola effigiante la Vergine che consegna lo scapolare al Beato Simone Angelico, generale dell’Ordine Carmelitano, attribuita a Bernardo Luini, e due tele rappresentanti S. Chiara e S. Antonio che predica ai pesci, di mano del Fiasella. Passato il quattrocentesco portale in arenaria di Porta Quaranta, dove doveva sorgere l’antica corte longobarda di Quarantula, uno dei due ingressi alla cinta medievale di Massa vecchia, si sale verso le fortificazioni della Rocca Malaspiniana che, dalla prima fondazione obertenga, subì varie distruzioni per opera, tra l’altro, di Corradino di Svevia quindi dalle truppe della repubblica di Lucca sul finire del ‘200 nel corso di vicende che videro alternarsi nel possesso della rocca, pisani, lucchesi, Malaspina, Castruccio Castracani, milanesi e via dicendo.

Importante e significativo esempio dell’evoluzione dell’arte militare italiana tra XIII e XVII secolo, tra feritoie medievali nella parte inferiore, merlature nella cortina intermedia e cannoniere secentesche nella parte superiore, la rocca presenta varie fasi di fortificazioni corrispondenti alle differenti epoche storiche in cui fu rimaneggiata, per giungere alla fine del’ 600 nella veste a noi conosciuta. In sintesi si divide nel complesso di fortificazioni medievali sulla sinistra e in alto, mentre sulla destra si situano le cannoniere secentesche e al centro si staglia la mole del palazzo rinascimentale, riadattato da Alberico sopra un più ampio palazzo malaspiniano di epoca precedente collegato alla fortezza da un loggiato. La facciata del palazzo è ricca di vivaci decorazioni policrome, riportanti motivi geometrici, festoni e ghirlande.

Nel secondo piano del palazzo signorile ha sede il Museo del Territorio, che espone interessanti reperti del neolitico, dell’età del bronzo, ceramiche medievali, frammenti marmorei e, sempre nel palazzo, troviamo raffigurazioni paesaggistiche nella Sala della Spina e nella cappella con lunette affrescate con figure virili attribuite a Bernardino del Castelletto.

Dal castello si gode una bella vista sulla città, sulla piana massese e sulle colline prospicienti le Apuane; sotto il castello, nei pressi del borgo della Rocca, sorge la stupenda Villa di Volpigliano, ora Massoni, con un vasto parco che dalle mura albericiane sale verso la sommità della collina.

La villa di Volpigliano nasce quando, nel 1637 Carlo I Cybo acquista dal genovese Giulio Pacero – che come molte altre famiglie genovesi avevano comperato proprietà o si erano trasferite a Massa al seguito di Alberico – la dimora di campagna di questi, con l’intento di fondarvi una residenza grandiosa. Al corpo centrale, con cortile coperto sito tra le due ali del fabbricato (quella sinistra completata alla fine dell’800), fa riscontro un magnifico loggiato digradante verso l’ala destra dell’edificio, ricco di marmi e affrescato con motivi paesaggistici, ideato e realizzato da Alessandro Bergamini nei primissimi anni del ‘700. La decadenza della famiglia Cybo portò con sé l’inesorabile dispersione dei patrimoni artistici raccolti in due secoli di storia e nel 1727, Alderano vendette la gran parte delle statue e dei vasi marmorei adornanti questa villa e quella della Rinchiostra allo zar di Russia Pietro il Grande.

Anche la Villa della Rinchiostra che sorge poco distante dall’antico insediamento di S. Leonardo, ospitale medievale sulla via Francigena, si deve all’intraprendenza di Teresa Pamphili che qui volle costruire un casino di caccia, a seguito delle opere di bonifica della campagna massese. In questo modo si intendeva valorizzare l’insediamento di residenze signorili nella pianura bonificata da Carlo II, un poco come stava accadendo nella vicina Carrara. L’iniziativa non trovò seguito e la villa rimase sola a campeggiare sulle umili casupole dei contadini. Inizialmente ornata di statue e decori marmorei, fu spogliata, nel 1718, dallo stesso Alderano che pochi anni prima l’aveva impreziosita con statue e giardini. Oggi resta il bell’edificio che ripete in modo originale i temi e le decorazioni presenti sulla facciata e negli interni di Palazzo Ducale, con gli scaloni marmorei, le balaustre, le finestre sormontate da cimase a forma di conchiglia, il loggiato che sovrasta l’ingresso principale. Pregevole testimonianza dell’arte romanica nel territorio massese è la chiesetta di San Leonardo al Frigido, un tempo appartenente ai cavalieri gerosolimitani, restaurata nel 1954 ripristinando l’originario impianto medievale e decorata dal magnifico portale del XII secolo detto del Biduino, oggi esposto al Metropolitan Museum di New York. Su di un pilastro della facciata è scolpita una figura di grosse proporzioni raffigurante San Leonardo, sull’altro scene della Visitazione e dell’Annunciazione mentre sull’architrave è raffigurato Gesù che entra in Gerusalemme; da questa chiesetta si pensa che provenga la pregevole statua lignea di un monaco, un tempo creduto S. Leonardo, eseguita da Jacopo della Quercia, attualmente conservata nella chiesa della Madonna degli Uliveti. Risalendo verso le colline del Candia, dove si tramanda l’antica coltura di un vitigno che produce un vino di grande qualità, si incontra, ai piedi della strada della Foce, la Pieve di S. Vitale, abbondantemente rimaneggiata nello stile barocco; presso il campanile è visibile parte dell’affresco rinascimentale raffigurante il Battesimo di Cristo mentre all’interno sono alcune pregevoli statue marmoree dello scultore Antonio Pardini, l’Angelo della Annunciazione e la Vergine Annunziata e quindi una Vergine con il Bambinello e un San Rocco coevo ad una interessante lapide eucaristica datata 1505. La pala dell’altare riporta il Volto Santo, venerato a Lucca e che la tradizione vuole sia approdato sulle spiagge di Luni: testimonianza questa del forte legame di questa pieve – erede dell’antica pieve di Monte Libero, tra le più importanti della antica diocesi lunense, posta a confine tra i comuni di Massa e di Carrara, ingoiata negli anni ’60 da una cava di terra da riporto – con la tradizione religiosa della diocesi lucchese. Sulla sponda sinistra del Frigido, a destra del centro storico, troviamo la più antica villa di casa Cybo, la Villa de la Cuncia, edificio del tardo Cinquecento senza grandi pretese di sfarzo, decorato da una semplice loggetta marmorea rivolta verso il mare e riccamente decorata negli esterni, mentre al suo interno erano un tempo visibili interessanti affreschi raffiguranti la città. Dall’altra parte del fiume sorge Borgo Ponte, antico borgo medievale sopravvissuto fuori le nuove mura albericiane e che conserva ancora tratti e scorci suggestivi delle antiche origini; sede di un antico Ospitale dedicato ai Santi Giacomo e Cristoforo (di cui rimane una piccola scultura marmorea raffigurante la Resurrezione di Cristo) vi si accedeva dal fiume passando per un portale marmoreo, ultima vestigia delle mura borghigiane, oppure sul lato della città, attraverso un imponente portale marmoreo sovrastato da uno stemma di marmi policromi intarsiati rappresentante il simbolo della comunità, un tempo fisicamente staccata dal centro cittadino. Infatti, dirimpetto a questo arco, lungo via Palestro vi è il Portone, detto anche Arco del Salvatore, sovrastato dall’omonima statua eseguita probabilmente da Alessandro Bergamini. Quasi a metà percorso abbiamo la splendida porta marmorea da cui si accedeva al giardino ducale di Camporimaldo, con due figure scolpite che la fantasia popolare ha denominato Pasquino e Pasquina. Su cosa sia, oggi, uno dei luoghi più suggestivi del tempo non lontano in cui Massa era cantata dal Pascoli, è meglio tacere. Dal Portone si accede di nuovo all’interno del centro storico. Subito, nella nicchia ricavata nel muro che fa da contrafforte ai giardini del Seminario vescovile, incontriamo la famosissima fontana secentesca di Battì dal barilo, un tempo posta presso le mura albericiane ed oggi sita nel luogo ove sorgeva la seconda grande porta delle mura cinquecentesche, la porta detta del Pino di San Francesco, scomparsa già sul finire del 1600. Sorpassate le ottocentesche logge del Seminario, ci troviamo dinanzi la grande scalinata marmorea del Duomo.

La facciata del Duomo di San Francesco è stata completamente ridisegnata e rivestita di marmi negli anni Trenta. Sul lato sinistro si apre un portale del XV secolo, probabile ingresso al quattrocentesco convento dei frati minori, sovrastato da una lunetta marmorea con Vergine e Bambino attorniati da San Francesco e San Giovanni Battista. Il lungo corridoio che si apre dinnanzi è costellato da frammenti di altari, lapidi e stemmi raccolti in seguito ai numerosi rifacimenti dell’edificio. Concedendo il giusto credito allo Staffetti, conveniamo sul fatto che la Cappella del Santissimo Sacramento, detta anche dei Cybo, fatta costruire alla fine del ‘600 da Carlo II allo scopo di riunire i vari sepolcri della famiglia ducale, sia tra le maggiori opere d’arte della città. Il disegno è, ancora una volta, quello dell’ architetto carrarese Francesco Bergamini, e i numerosi intagli marmorei e le decorazioni con putti rendono bene la sontuosità di una costruzione che voleva essere l’ultima dimora dei Cybo. Il piccolo quadro che sta al centro dell’ altare raffigura la Natività della Vergine dipinta tra il 1489 e 1492 da Pinturicchio, frammento dell’originale proveniente dalla cappella romana dei Cybo in Santa Maria del Popolo, donata dal cardinale Alderano al fratello Alberico. La cappella è impreziosita dallo splendido trittico eseguito da Bernardino del Castelletto raffigurante la Madonna con Bambino contornati da angeli, San Pietro e San Paolo nella tavola di sinistra, San Giovanni Battista e San Nicola in quella di destra e dalla Natività di Benedetto Buglioni che rivela chiaramente il segno della scuola robbiesca. Di questo artista si conserva anche ad Antona, nella chiesa di San Gemignano, una pregevole terracotta invetriata raffigurante la Sacra Famiglia; e ancora, la parrocchiale della caratteristica frazione montana conserva una quattrocentesca Madonna con Bambino, parte di un trittico distrutto da un incendio. All’interno del borgo montano, intricato avviluppo di viuzze, volte e larghi che convergono nell’originale piazzetta, si conserva una fontana marmorea donata dalla famiglia ducale.

Se San Carlo, giustamente nota per le sue acque oligominerali famose in tutta Europa, è una vera e propria terrazza sulla piana massese e sui rinomati lidi balneari della Riviera Apuana, Altagnana, Pariana, Antona, prospetticamente distese lungo la moderna strada del Vestito che conduce in Garfagnana, conservano ancora i caratteri di borgate montane immerse in castagneti, a cornice del suggestivo gruppo della Tambura. Più sotto, lungo la valle del Frigido si incontra Canevara, raccolto a strapiombo sul fiume e quindi Caglieglia, arroccata su di un colle e Casette, dall’impianto tipico del paese di origine pastorale, disseminato lungo un costone roccioso. Nei pressi di Casette sono le principali cave del massese, confinanti col bacino carrarese di Gioia. Sul fondovalle, sempre lungo questa linea a ponente, si incontra Forno, borgata operaia sovrastata dalla Filanda – attualmente sede di una delle principali porte di accesso al Parco delle Apuane – del vecchio Cotonificio Ligure sorto nei pressi del paese allo scopo di sfruttare l’energia idrica necessaria per muovere le turbine. Caratteristica di questa stagione produttiva che occupò centinaia di operaie nel lavoro tessile è la casa a ringhiera, classico esempio di architettura residenziale operaia, presente anche qui e importata da omologhi modelli piemontesi e lombardi. Forno, rinomato fino a metà Ottocento per le gualcherie dedicate alla produzione di cappelli, divenne rapidamente una borgata operaia dove la manodopera femminile e infantile veniva impiegata nel lavoro tessile, mentre i maschi adulti trovavano perlopiù occupazione nelle vicine cave dei bacini carraresi. Qui nel giugno 1944 avvenne un terribile eccidio per opera dei nazifascisti e furono massacrati 72 civili inermi.

Proseguendo lungo le sorgenti del fiume Frigido verso Resceto, lungo il tracciato della ducale Via Vandelli, si incontrano ampi scorci di natura incontaminata, il fiume dalle chiare acque ricco di vaste pozze balneabili durante il periodo estivo, speroni rocciosi e piccole valli dove non è infrequente trovare vecchie vie di lizza per la discesa dei marmi. Da Resceto, antica stazione di posta, si risale lungo i tornanti della via Vandelli fino a giungere al Passo della Tambura, galleria scavata nella roccia all’epoca della costruzione della somabile che doveva collegare Massa a Modena all’interno dei possedimenti estensi. La spettacolarità di questi aspri paesaggi apuani è arricchita dalla presenza dell’Orto Botanico di Pian della Fioba, in cui sono raccolti numerosi endemismi di specie botaniche tipiche delle Alpi Apuane, e dai secolari castagneti del Vergheto, che disegnano il paesaggio tra Forno e Colonnata. Una intensa opera di sensibilizzazione e di difesa dell’ambiente naturale e delle specie botaniche rare promossa dalle istituzioni e da associazioni quali La Pietra Vivente, ha permesso una capillare diffusione della consapevolezza e della necessità di conservare e salvaguardare questo importante patrimonio collettivo.

Un ultimo cenno merita Marina di Massa, località balneare rinomata fin dal secolo scorso, ricca di pregevoli costruzioni in stile liberty, con ampie spiagge sabbiose mèta del variopinto popolo dei bagnanti. Sede di numerose colonie elioterapiche fin dagli anni Trenta, ospita l’imponente edificio della Torre Fiat alto 52 metri, disegnato dall’architetto Bonadè Bottino e realizzato nel 1933. Insieme a moderni servizi turistici Marina di Massa offre ancora scorci naturalistici come l’oasi fluviale alla foce del torrente Brugiano, in quella teoria di “sabbie e di acque” e di vaste pinete che seppero fare la fortuna turistica della località balneare massese

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