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Fivizzano e Casola

Il comune di Fivizzano, terzo comune d’Italia per estensione, copre buona parte del territorio della Lunigiana orientale estendendosi dai contrafforti delle Apuane fino alle pendici dell’Appennino.

Costellato da borghi murati di notevole valore architettonico, da castelli, ville seicentesche, pievi e da un paesaggio agrario di rara bellezza, offre scenari di notevole suggestione, piacevoli vedute prospettiche di borghi medievali che, colle dopo colle si avviano alle falde dell’Appennino. Ma è anche uno dei territori maggiormente provati dalla ferocia nazifascista che qui si abbatté, nell’estate del 1944 con orribili rappresaglie sulla popolazione inerme. Da Bardine S. Terenzo, a Vinca a Mommio, centinaia di persone, donne, bambini, anziani furono trucidati bestialmente dalla cieca furia dei nazifascisti che distrussero gran parte di questi antichi paesi. Così Tenerano, Monzone, Bardine S. Terenzo, Valla, Vinca, Mommio, Gragnola, Cecina, Equi, Castiglione, Viano, Vezzanello, tutti importanti e significativi insediamenti medievali che per secoli avevano conservato le loro complesse strutture architettoniche, le torri, i castelli, le mura fondate su archi a tutto sesto furono quasi completamente distrutti. Nonostante ciò è ancora possibile condurre una sorta di viaggio di impressione che rasenta le vestigia di un interessante passato medievale e granducale.

Così a Viano, dove i vescovi conti avevano edificato un castello a serrare la valle, sono oggi visibili la torre cilindrica e le arcate a tutto sesto che un tempo sorreggevano le cinte murarie o a Tenerano, che si sviluppa in strade concentriche verso la sommità del colle, e le case, sovente unite le une alle altre, si aprono con volte di pietra sulle strette strade.

In questi luoghi sovente sono notevoli le contraddizioni tra passato e presente: a Rometta, ancora aggrappata all’impianto medievale, è ben visibile tra le case un possente cassero quadrangolare del castello che sorge poco distante da un’orribile chiesa modernistica in cemento armato. Spesso emerge l’incongruità di malintesi recuperi edilizi funzionali all’impoverimento visivo del territorio e delle sue strutture antiche, che rendono alcune suggestive parti della Lunigiana simili ad una anonima periferia brianzola. Ma è anche doveroso ricordare che sempre più prevale una corretta cultura del recupero edilizio conforme alle tradizionali strutture dell’architettura del territorio, e da questa filosofia nuova non si potrà trarre altro che giovamento.

A Soliera, profondamente colpita dal terremoto degli anni ’20, sono ancora ben visibili le strutture dell’omonimo castello vescovile sebbene le torri siano state ribassate e i tipici archi a tutto sesto inseriti in costruzioni successive. Nella valle del Lucido e del Rosaro si incontrano ancora molte antiche ferriere e antichi mulini mentre sulle sommità circostanti si incontrano magnifiche residenze di campagna del Cinque-Seicento, come nel caso di Mazzola, Debicò, Luscignano.

Fivizzano conserva ancora parte delle possenti mura cinquecentesche volute da Cosimo I de’ Medici, che sostituirono la cerchia trecentesca delimitante il borgo sviluppatosi lungo la strada del Passo dell’Ospedalaccio. Nel XVII sec. i Medici vollero nobilitare e rinnovare la città e iniziarono a risistemare la pianta a partire dalla piazza Medicea, al centro della quale sorge un’ampia fontana rotonda impreziosita da delfini marmorei ed attorniata da palazzi di chiara impronta architettonica toscana. Si procedette poi ad invertire l’orientamento della chiesa dei Santi Jacopo e Antonio, si allargò il Palazzo Pubblico sul fronte della piazzetta delle Carceri e, nel secolo successivo, la piazza si impreziosì di palazzi notevoli quale palazzo Cojari. Sede del capitanato e del vicariato della repubblica fiorentina, cui Fivizzano si era assoggettata alla metà del ‘400, essa divenne rapidamente il centro di maggiore importanza economica ed amministrativa di tutta la regione sottoposta al governo granducale. Alla fine del ‘400 fu sede di una delle prime stamperie italiane e le forti relazioni economiche e commerciali con Lucca agevolarono una vivace diffusione della Riforma protestante.

Ricca città commerciale tra Sei e Settecento, grazie ai privilegi e alle esenzioni godute nel commercio dei grani tra Padana, Genova e Livorno, vide il sorgere nel contado di numerosi palazzotti signorili di interessante fattura, o di ville interne alle mura, come la villa Fantoni, costruita nei pressi della porta modenese, ora scomparsa. Fivizzano diede i natali a Giovanni Fantoni (1755-1807), poeta neoclassico e sperimentatore in metrica barbara, arcade col nome di Labindo Arsinoetico, segretario poi Presidente dell’Accademia eugeniana di Belle Arti di Carrara e noto per il radicalismo delle sue idee politiche.

Poco distante da Fivizzano si trova il castello della Verrucola de’ Bosi, con l’omonimo borgo medievale, esempio di un sapiente restauro e ripristino. L’imponente castello che chiude la stretta valle dove si incontrano il torrente Mommio con il canale di Collegnago – come è tipico della maggioranza dei castelli presenti o scomparsi della Lunigiana orientale – fu un probabile insediamento ligure e quindi romano: permangono infatti tracce di tecniche edilizie romane in alcune parti della cinta muraria più antica. Residenza e fortezza militare dei Bosi, vassalli degli Estensi, che da questi la ottennero nel 1077, in origine era formato da un mastio centrale con attorno il borgo murato, struttura diffusa negli incastellamenti del nostro territorio.

L’attuale aspetto risale con ogni probabilità a Spinetta Malaspina che di Verrucola fece un punto di forza al fine di estendere il proprio dominio sulla Lunigiana intera; la possente rocca centrale cui si appoggiano il recinto perimetrale murato, le altre torri castellane e il borgo sono databili al XIV secolo, così come la torre castellana che si leva tra suggestivi cipressi, costruita sulle rovine della distruzione imposta da Castruccio Castracani quando espugnò la Verrucola nel 1319. Metà fortezza e metà palazzo nobile, con chiesa castellana del ‘600, la Verrucola perse progressivamente di importanza in seguito alla ascesa di Fivizzano e al trasferimento di parte della sua popolazione nella nuova realtà cittadina. Risalendo lungo la statale del Cerreto si giunge alla pieve romanica di S.Paolo Vendaso, risalente al XII secolo. Chiesa a tre navate absidate, sull’esterno della principale si vedono archetti pensili sorretti da mensole con figure animali stilizzate, nell’interno invece è di estremo interesse la presenza di narrazioni stilizzate di storie sante e profane tipiche dell’arte carolingio-longobarda che avvolgono i capitelli posti sopra la duplice fila di colonne sostenenti il tetto a capriate. Queste decorazioni, non dissimili da quelle presenti nei capitelli della pieve di Codiponte, e nella piccola chiesa romanica di Pognana, riportano il tema della fertilità, effigiata da una figura femminile divaricata, di probabile filiazione dall’antico mito di Melusina e molto diffusa nelle raffigurazioni medievali del territorio appenninico (Duomo di Modena). La facciata e parte della chiesa furono rimaneggiate nel ‘500 e dopo il terremoto del 1920 pur continuando a mantenere, nel complesso, il tradizionale impianto romanico a differenza di molti altri edifici religiosi sparsi in tutta la regione che necessiterebbero di restauri adeguati per rimuovere pesanti interventi novecenteschi. Interessante sotto questo aspetto la pieve romanica di Alebbio, che conserva un magnifico impianto a tre absidi, nel contesto di un borgo murato dalle evidenti tracce di edifici civili altomedievali fortificati mentre la facciata, più volte rimaneggiata nel corso degli ultimi secoli, ha perso la struttura romanica. Non così la pieve dei Santi Cornelio e Cipriano di Codiponte, uno dei più antichi edifici sacri del territorio che mantiene quasi intatta la sua struttura romanica. All’interno possono essere ammirati capitelli simili a quelli di San Paolo Vendaso, con figurazioni di fitomorfi e simboli di divinità animali, figurette femminili simboleggianti la fecondità e motivi geometrici di gigli e vimini intrecciati; un sapiente restauro ha posto in evidenza, lasciando aperto parte del pavimento, le varie fasi architettoniche che interessarono l’edifico primitivo. Vi si conserva un’interessante fonte battesimale romanica con un basamento sul quale sono scolpiti bambini in fasce e un portale di accesso laterale istoriato.

Codiponte, sormontato dai ruderi del castello che fu dei Bianchi e poi dei Malaspina, con un tessuto urbano disposto a ventaglio con strade che si diramano dalla rocca è, presumibilmente, il più antico insediamento abitativo del luogo. I resti di un abside indicano la presenza di una chiesa benedettina esistente fino al ‘400 e, a fianco dello stesso, i ruderi del convento delle clarisse di S. Maria del Castellaro testimoniano dell’importanza del sito e dell’incuria del presente. Legata a quel castello vi è una interessante leggenda raccolta da Fabio Baroni, basata su di un personaggio realmente esistito: la leggenda di Cillà, capitano di ventura delle truppe lucchesi, principe di mostruosità e crudeltà, evocatore del diavolo che rapiva le belle fanciulle per sabba osceni uccidendo quelle che non si sottomettevano ai suoi voleri e che, narra la leggenda, quando morì fu rapito dal diavolo che lo portò all’inferno, lasciando la cassa dove giaceva piena di legna.

Casola, con il borgo allungato racchiuso dentro la cerchia muraria tuttora ben visibile nella parte meridionale, presenta molti edifici di interesse storico, con case quattrocentesche adibite a bottega. La torre medievale, assai più bassa di quella originaria costruita dai lucchesi nel XIV sec., si leva isolata al centro della piazza di accesso al borgo, ed è sormontata da una decorazione incoerente con l’edificio, frutto dei restauri del’39. A Casola ha sede l’importante Museo del territorio che espone reperti che vanno dal paleolitico all’età moderna, con una piacevole ed interessante sezione dedicata alla tradizione popolare del canto del maggio. Infine sono di un certo interesse gli insediamenti di Castiglioncello delle Ginestre, con una piccola chiesetta quattrocentesca in stile toscano, la pieve di Offiano, rimaneggiata in età barocca ed impreziosita da bassorilievi marmorei, affreschi e dipinti settecenteschi di buona fattura, e l’antico ospedale per dar ricovero ai viandanti, ora convento di suore e Regnano Castello, con i resti della torre e della chiesa di S. Margherita. In questo areale molti furono i ritrovamenti di statue stele: copie di queste sono collocate nel parco delle statue stele di Casola. Al fine di completare questo sommario quadro d’insieme, torniamo alle pendici delle Apuane per visitare Ugliancaldo, ai confini con la Garfagnana, da dove si gode un vasto panorama sulla valle di Equi; il paese, sapientemente restaurato, si divide tra il borgo medievale sovrastato dal nucleo dell’antico castello e, verso meridione, le rettifile “case nuove” fatte costruire dal granduca nel 1831 a seguito dell’ennesimo terremoto. Discendendo la strada verso la valle di Equi si incontra Monte dei Bianchi, borgo murato erede di un castello dei Bianchi d’Erberia – imparentati con Matilde di Canossa – e di un importante monastero medievale, con chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo, santo dei Longobardi, lì traslata da Vico Colonia.

Monzone Alto, arroccato su di uno sperone roccioso da cui è possibile raggiungere Vinca lungo una tortuosa e suggestiva strada che sale incassata tra i contrafforti delle Apuane, è un tipico insediamento sparso di origine pastorale dominato dalla mole del monte Sagro a meridione e da quella del Pizzo d’Uccello a settentrione. Equi è invece famoso per il rinomato centro termale, sempre più affollato di visitatori anche grazie al rilancio dell’attività termale e terapeutica e all’ampliamento delle piscine e della stazione di cura. E’ curioso vedere scorrere il torrente di acque sulfuree al cader della sera, quando si formano nebbie che avvolgono il fondovalle anche in limpide serate. Tutta la zona è particolarmente ricca di acque termali dalle varie proprietà terapeutiche, per nulla sfruttate nelle loro potenzialità turistiche. Di notevole interesse la Buca di Equi, sede di numerosi ritrovamenti paleontologici e paleostorici e le meravigliose grotte sotterranee, parte del complesso e vasto fenomeno carsico delle Apuane, con vaste sale di stalattiti e stalagmiti, stagni limpidissimi in cui sono stati trovati, sovente, fossili viventi. Infine Gragnola sovrastata dall’imponente mole di Castel dell’Aquila dominante le valli del Lucido e del Rosaro, magnifico esempio di arte militare del XIV secolo in corso di restauro per restituirlo all’antico splendore. L’importanza di Gragnola nel medioevo è ancora da studiarsi compiutamente; sede di numerose botteghe artigiane, patria di famosi notari come Baldassare Nobili o Bartolomeo Spina – i cui rogiti hanno permesso agli studiosi di ricostruire buona parte della storia politica economica e sociale tra Quattrocento e Cinquecento – conserva un palazzo quattrocentesco tra i più nobili di tutta la Lunigiana. La tradizione narrava che in Castel dell’Aquila fosse conservata in una cassetta di finissimo marmo copia della sentenza con la quale Ponzio Pilato condannava Cristo: la storia invece racconta che proprio da qui, nel 1418, partirono i marchesi Lunardo e Galeotto Malaspina insieme a Giovanni Marraccio di Gragnola, figlio illegittimo di Azzolino Malaspina, e altri bravi per andare alla Verrucola a far strage, con l’inganno, di Bartolomeo Malaspina, della moglie Margherita, incinta di pochi mesi, dell’ottuagenario Niccolò, fratello del padre naturale di Marraccio, e degli altri figli e servi. Dopo la strage che provocò impressione fortissima nella popolazione di tutta la regione, Firenze con la scusa di rendere all’erede di Bartolomeo il feudo usurpato, mandò le sue truppe a conquistare Castel dell’Aquila e si inserì stabilmente nella regione.

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