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Carrara

Panorama della città di Carrara

Panorama della città di Carrara

Il cuore della città vecchia è Piazza Alberica, vasta e regolare, circoscritta dai bei palazzi sei-settecenteschi e dominata dal monumento a Maria Beatrice d’Este, sovrana bonaria e matronale a cui i carraresi furono affezionati. Il monumento, eretto nel 1826, fu scolpito da Pietro Fontana ed effigia la sovrana, rappresentata con tratti classicheggianti, una mano a sorreggere lo scettro e l’altra protesa verso la piazza, nell’atto di donare gli Statuti. Il piedistallo, eseguito su disegno di Lorenzo Bartolini, allora professore di scultura presso l’Accademia di Belle Arti, è precedente alla statua. Il primo bassorilievo, Aronte tra le tre arti, fu eseguito da Matteo Bogazzi; il secondo, eseguito da Giovanni Tacca, si compone di sei figure con Minerva che presenta a Carrara, posta sul lato del torrente Carrione, il genio della scultura; infine il terzo, eseguito da Giuseppe Del Nero, raffigura Maria Beatrice seduta tra Carità, Giustizia, Religione.
La fontana che si inserisce nel piedistallo è dominata da una sfinge popolarmente detta il leone, dall’ espressione sorniona e copia esatta di un medesimo soggetto conservato nelle collezioni egizie del Louvre. A lato della fontana spicca per il colore rosso cupo, il Palazzo Del Medico ricco di ornati barocchi, putti marmorei alle finestre intagliate e testine poste a sorreggere il terrazzo opera di Bartolomeo Casserini. Il piano nobile, spettacolare esempio di saloni decorati in stile rococò, ricchi di marmi e stucchi policromi, possiede un salone affrescato da un pittore lucchese ai primi del ‘700. La famiglia Del Medico fu tra ‘500 e ‘700 la più importante e celebre nel novero dei commercianti di marmo. Sulla piazza si affacciano gran parte dei palazzi nobili di famiglie legate alla vivace realtà del commercio e della escavazione dei marmi. Nobiltà dello scalpello, come si soleva dire un tempo, con giusta e appropriata definizione. La piazza fu costruita alla metà del ‘500 per volere di Alberico Cybo-Malaspina, sostituendosi al foro boario prospiciente le vecchie mura medievali. Infatti solo la “Colombaja dei Tacca”, in cui ebbe i natali il valente scultore allievo del Giambologna, fronteggiava le mura medievali. Il primo palazzo a sorgere sulla piazza fu il Palazzo dei Diana Paleologo, famiglia genovese, intima di Alberico Cybo che come questi vantava origini greche: consolidò le proprie fortune con la gestione della gabella dei marmi per conto del principe. La costruzione cinquecentesca fu addossata alle mura duecentesche costruite da Guglielmo Malaspina e le case torri che da queste sporgevano vennero ribassate ed inglobate nel nuovo edificio. Il loggiato marmoreo, poggiante su undici colonne monolitiche e due pilastri posti ai lati, è tornato ad essere un vivace centro di vita sociale ed oggi ospita l’interessante Museo di Storia dell’Uomo, con percorsi espositivi nei sotterranei del palazzo. In fondo alla piazza, lato mare, si intravedono tuttora le mura albericiane, trasformate in abitazioni civili. Lì sorgeva la monumentale nuova porta a mare costruita da Alberico ed atterrata nella prima metà dell’Ottocento. Su questa era posta una pregevole scultura cinquecentesca, la Vergine della concezione, attualmente conservata presso la chiesa di S. Francesco. Tutta la storia della città moderna è passata da questa piazza: gli scalpellini in sciopero ad oltranza nel 1902 ricevettero l’incarico dal comune guidato dal sindaco socialista Carlo Alberto Sarteschi di pavimentarla così come la vediamo oggi; una lapide posta su Palazzo Pisani, che disegna l’angolo fra la piazza e via Loris Giorgi, ricorda i martiri del lavoro ed è meta, ogni primo maggio da quasi cent’anni, di un simbolico omaggio di una corona di alloro deposta dai sindacati e dagli anarchici.

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Piazza Alberica: palazzo Del Medico, monumento a Beatrice d’Este, le leggio di palazzo Diana. (Foto Daniele Canali)


 

Gessi alla Scuola del Marmo (Foto Daniele Canali)

Gessi alla Scuola del Marmo (Foto Daniele Canali)

Risalendo via Loris Giorgi, un tempo via Alberica, si incontrano fastosi palazzi sei-settecenteschi, decorati con finestre barocche, portoni imponenti e cortili con fontane e loggiate com’è per la loggia marmorea di Palazzo Pisani sormontata da due ordini di balaustre sovrapposte a pilastri raffiguranti le quattro stagioni. Queste maestose cariatidi marmoree, recentemente restaurate, permettevano l’accesso al giardino del palazzo, trasformato in teatrino liberty ai primi del secolo dove si tenevano spettacoli di varietà e di burattini. Davanti all’antica porta a mare della cinta medievale, situata presso l’imbocco attuale di via S. Maria, troviamo la Chiesa della Madonna del Carmine con la facciata che reca, nel timpano, una scultura della Beata Vergine della Rosa eseguita nei primissimi anni del ‘500 dallo spagnolo Bartolomeo Ordonez da Burgos; la chiesa è ad una sola navata, con quattro pregevoli altari dagli intagli marmorei, tra i quali spicca quello di Maria Maddalena de’ Pazzi, eretto nel 1685 a spese del conte Francesco Maria Diana. A fianco della chiesa sorgeva il Convento dei Frati Carmelitani, fondato nel 1590 e soppresso nel 1798 dal governo cisalpino che li trasformò entrambi nella celebre “galleria dei carraresi”, esposizione permanente di realizzazioni di scultura, architettura ed ornato svolte da artisti locali: una iniziativa che segnò profondamente in positivo i destini della scultura apuana. Nella vasta piazza rinascimentale dell’Accademia di Belle Arti, nel luglio 1796, i giacobini carraresi e i soldati francesi piantarono l’albero della libertà. Dal 1892 al centro della medesima è posto il Monumento a Giuseppe Mazzini eseguito dallo scultore Alessandro Biggi.

Piazza Accademia: monumento a Giuseppe Mazzini, palazzo dell'Accademia delle Belle Arti XVII sec. (Foto Daniele Canali)

Piazza Accademia: monumento a Giuseppe Mazzini, palazzo dell’Accademia delle Belle Arti XVII sec. (Foto Daniele Canali)

La struttura architettonica della piazza, che segue ed asseconda dolcemente il dislivello del suolo, enfatizza il prospetto lineare ma maestoso del palazzo del principe. Il progetto originario del palazzo, iniziato da Alberico sul finire del Cinquecento e quindi ripreso dal nipote Carlo I dopo il 1630, prevedeva uno sviluppo longitudinale in direzione del mare di gran lunga maggiore rispetto alle odierne dimensioni, infatti il portale monumentale risulta piuttosto decentrato rispetto la facciata del palazzo. E’ il primo grande palazzo pubblico della città che, fino alla fine del XVI secolo, appariva raccolta sotto i due principali edifici, il Duomo e il complesso della Rocca Malaspina dal bel mastio in pietra, strutturalmente simile agli edifici militari coevi (XII-XIII) disseminati nella Lunigiana storica.


Cortile Accademia delle Belle Arti

Cortile Accademia delle Belle Arti (Foto Daniele Canali)

Dal 1815 vi ha sede, per volere di Maria Beatrice d’Este, la Accademia di Belle Arti di Carrara, in cui sono conservate pregevoli collezioni di gessi, di bassorilievi in gesso e sculture eseguite dagli allievi in occasione del premio di pensionato per l’Accademia di Belle Arti di Roma. Vi sono inoltre collezioni notevoli di calchi originali di opere celebri donate all’Accademia da Canova, Thorvaldsen, Tenerani, Bartolini, Finelli e via dicendo, ovvero dal gotha degli artisti neoclassici e da numerosi artisti e soci onorari della Accademia. Si spera che la promessa realizzazione di una pubblica gipsoteca possa raccogliere degnamente queste collezioni. Nell’intanto le sale dell’Accademia ospitano prestigiose mostre di scultura e parte della Biennale.
Non appena varcata la soglia, l’architettura dell’edificio introduce il visitatore in uno spazio dove maestosità ed armonica suddivisione di luci ed ombre sembrano essere caratteri dominanti: la Sala delle Colonne, posta a destra dell’ingresso principale, oggi accoglie la biblioteca dell’istituto ricca di oltre 30.000 volumi dedicati prevalentemente all’arte, e una pregevole sezione antica. Nella sala è conservato l’originale del grazioso Cavallino eseguito da Arturo Dazzi in marmo nero. Vi si conservano pure una ricca collezione di periodici e testi di interesse locale, libri antichi fra cui le planches della Enciclopédie di Diderot e D’Alambert, gli Statuti albericiani, archivi di illustri famiglie quali i Del Medico o quello donato dagli eredi del geologo Domenico Zaccagna.
Il cortile interno presenta su due lati un porticato dorico ornato in alto da rose che sostengono la loggetta del primo piano a colonne ioniche e balaustre marmoree, mentre gli altri due lati sono occupati, al piano terreno, da porte a stipiti marmorei scolpiti a punta di diamante (che conducevano al Teatro Anatomico) e da una piccola fonte perenne sormontata da una formella in marmo recante lo stemma malaspiniano con elmo piumato. La corte, sovrastata dal loggiato affrescato che saldava il castello medievale con il palazzo rinascimentale di Alberico, presenta oltre alle finestre quattrocentesche che si aprono sul cortile al secondo piano, una ricca collezione di frammenti in marmo di diversa provenienza (notevole una Madonna con bambino fra due angeli in antico parte dell’altare del Duomo) e antichi reperti rinvenuti nelle cave carraresi fra i quali, oltre a busti, edicole, iscrizioni d’epoca romana, spicca il notissimo bassorilievo detto Fantiscritti. Rinvenuto nella cava omonima sul finire del ‘500 e lì conservato fino al 1863 quando fu trasportato nel cortile dell’Accademia, risale all’età severiana e raffigura l’imperatore Settimio Severo con i figli Geta e Caracalla; nel tempo è stato ‘arricchito’ dalle firme di famosi scultori quali Giambologna e Canova che ebbero occasione di passare per le cave apuane.
Al piano nobile s’incontra un bel portale secentesco sormontato da un medaglione in marmo raffigurante Elisabetta Della Rovere, prima moglie di Alberico Cybo Malaspina, che collega la parte più antica a quella rinascimentale senza soluzione di continuità; poco più avanti il portale d’accesso secondario all’edificio si apre internamente sull’imponente scalone marmoreo, ed esternamente su Via Roma. La ricca gipsoteca, oggi in parte smembrata, annovera oltre ad un bel calco della Nike di Samotracia, il Laooconte e l’Ercole farnese conservati in Aula Magna, la Venere di Milo, Giasone che conquista il vello d’oro e moltissime altre statue e busti d’epoca ottocentesca raccolti sia nella sala dedicata alla Raccolta lunigianese del Fondo Del Medico sia in altre zone dell’edificio. Interessante anche la collezione di busti marmorei, statue e dipinti, fra cui segnaliamo una Madonna col Bambino di scuola senese (conservato nella Sala della Presidenza), una pala duecentesca di scuola lucchese effigiante il Cristo con i vangeli, le Stagioni dell’Appiani (nell’atrio del piano nobile) e il Ritratto di Maria Beatrice giovane, dipinto nel 1819 da Carlo Prayer. La costruzione della rocca risale a data anteriore al 1187, e il rafforzamento trecentesco della stessa si deve a Guglielmo Malaspina dello Spino Fiorito. Fu rimaneggiata alla fine degli anni Venti quando, al mastio in conci marmorei, venne aggiunta una merlatura in cotto architettonicamente estranea alla struttura originale.


Dall’Accademia parte la lunga e gradevole prospettiva di Via del Plebiscito, terminante nella settecentesca Chiesa del Suffragio con la facciata adornata da un portale ricco di sculture plastiche raffiguranti la liberazione delle anime del purgatorio per intervento della Vergine Maria; l’interno è ad una sola navata a croce latina con una cupola centrale che raccoglie e distribuisce la luce tutt’attorno: anche qui, la tendenza barocca a drammatizzare ed esaltare le forme porta ad un largo utilizzo di marmi diversi, soprattutto bianchi statuari, fior di pesco, breccia medicea e portoro. A fianco della chiesa è il settecentesco palazzo dei conti Lazzoni, pregevole edificio che conserva un delicato loggiato riparato da un glicine centenario. All’interno, in una grande profusione di marmi bianchi e colorati, due splendide alcove con intarsi marmorei, il grande salone affrescato ai primi del ‘700 e una piccola cappella privata. Detta strada è resa ancor più vaga da due fontane (dette la Fonte Antica) ricavate da mascheroni di marmo e collocate al tempo di Alberico indi restaurate e risistemate nel 1876. Attraverso la volta del Livi, si torna in piazza Duomo passando per la suggestiva via dell’Arancio, “su d’ dret” per i carrarini. Tornando verso piazza dell’ Accademia si incontra il palazzo che, appositamente costruito dalla duchessa Maria Teresa nel 1771 per ospitare l’Accademia, fu dal 1815 al 1964 sede del municipio carrarese e quindi, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, sede della Biblioteca Civica.


Casa Repetti, decorazioni medievali

Casa Repetti, decorazioni medievali

Pochi più sotto si allunga via S. Maria, cuore della città medievale, che si apre con la casa delle bifore detta Casa Repetti (sec. XIV), dove nacque Emanuele Repetti e pare soggiornasse il Petrarca, che descrisse questi luoghi nell’Itinerarium Syriacum. Esempio mirabile di casa-torre medievale, presenta al piano terreno due porte ogivali ed una porta ad architrave di squisita fattura ed una facciata in marmo scolpita ed istoriata riccamente a motivi geometrici (tra i quali è presente la ruota ad otto raggi, divenuta poi il simbolo del comune di Carrara) e zoomorfi.
Una discreta quantità di elementi di arredo urbano quali edicole, cappelle, palazzi con facciate marmoree e finestre bifore, portali doppi o scolpiti, ponti, sono disseminati lungo le strade che formavano l’antico nucleo cittadino compreso entro Via Finelli, Via Ghibellina, Via S. Maria, Vezzala, Caffaggio. Lungo via S. Maria, nel suo incedere verso il Duomo, si incontrano numerose case quattrocentesche, con i portali sovrastati dal monogramma del Cristo, atti a scacciare il maligno, la jella e quant’altre sciagure (guerre, fame, pestilenze e malattie) potessero in qualche misura turbare la vita dei cittadini. La strada, una volta superata la piazza Duomo diventa Via Finelli e conduce alla Porta del Bozzo, ultima sopravvissuta delle cinque porte del vecchio perimetro murario ed oggi inglobata, come l’adiacente Torre del Piccinino (1431), entro le abitazioni circostanti. Quasi tutte le case posseggono icone marmoree, raffigurazioni in altorilievo della religiosità popolare, talune di pregevole fattura. Curiosa ma significativa la scritta scolpita su di un architrave all’inizio di via Finelli: “di tutte le cose havaritia è noiosa, salvo del tempo che sempre gratiosa”. Un punto di vista tradizionalmente caro ai carrarini veraci.


Rosone

Rosone del Duomo (Foto Daniele Canali)

Piazza drent, la piazza del Duomo, fulcro della città antica è sovrastata dal magnifico edificio di marmo, sicuramente la più splendida chiesa della regione apuana. La costruzione, soffocata nella sua compiuta prospettiva architettonica dalle case vicine, tipico esempio di uno sviluppo disordinato di chiaro impianto medievale, può essere goduta appieno dai piani alti delle case circostanti; non è raro che gli abitanti della piazza permettano ai turisti questa insolita quanto generosa escursione.
La prima notizia riguardante la pieve di S. Andrea, risale al 9 Giugno 1035; ancora nel 1151 pare fosse priva della attuale facciata marmorea bicroma e della torre campanaria. L’edificio fu definitivamente ultimato così come lo vediamo nel 1395, ma alla metà del Duecento era già delineata la parte inferiore della facciata romanica con i nove archi, di cui otto archetti ciechi a tutto sesto sorretti da due lesene e due pilastri angolari e il portale di ingresso, ricco di decorazioni in altorilievo e intarsi geometrici. La chiesa, lunga 44,24 metri, presenta una pianta rettangolare a tre navate, la centrale con soffitto a capriate quelle laterali con volte a crociera, ed abside semicircolare di sei metri di diametro costruita con conci di marmo bianco. Su di un originale impianto architettonico della fine del sec. XI, oggi ravvisabile solo in alcuni elementi di decoro della facciata (portale e relativi capitelli esterni ed interni restituiti da poco all’originario splendore da un sapiente restauro che ha recuperato la squisita bellezza della lavorazione artistica) s’innesta una seconda fase ascrivibile alla metà del sec. XII segnalata dal colonnato, dalle sculture, dalle foglie e dagli animali tipici del bestiario medievale inseriti negli alvei degli archetti, e dal gusto dell’interno tipico del romanico pisano-lucchese con forti influenze lombarde. La terza ed ultima fase è caratterizzata dalla costruzione del rosone centrale e del loggiato, che presenta una serie di busti inseriti sopra i capitelli a reggere gli archi scalati.
Il rosone inserito in un quadrato formato da 24 cassettoni, è composto da 20 colonnette lisce e a tortiglione che sorreggono corrispondenti archetti gotici; nell’insieme presenta caratteristiche similari al rosone della chiesa pisana di S. Caterina, costruito negli stessi anni (1321-1325). Lateralmente ad esso, nel fondo degli archi fra le colonnine è possibile vedere il fine traforo in marmo che decora il fondo e che un restauro recente ha in parte salvato dalla distruzione totale. I lavori sono attribuiti alla scuola di Giovanni Pisano. Nel portale della facciata spiccano le decorazioni scultoree: l’arco è sorretto da due pilastri inglobanti una colonna e sormontati da due capitelli finemente scolpiti. Quello di sinistra con foglie e motivi floreali, quello di destra con figurine umane quasi a rappresentare la “selva oscura” che iniziava fuori le mura della città e gli uomini e le donne di Carrara raccolti in essa, protetti da un angelo alato. Sopra gli abaci sono posti due leoni nell’atto di ghermire una figura umana, e sempre una teoria di leoni rampanti si snoda lungo l’arco verso la cuspide in cui siede l’aquila; i due archi sottostanti il primo sono ornati da complessi motivi di intrecci e da un labirinto finemente intarsiato, ricco di simboli che ritroviamo in altre chiese della Lunigiana storica. Il portale laterale o di San Giovanni, coevo al precedente, ricco di decorazioni ed intarsi, è un mirabile esempio di arte romanico-lombarda del XII secolo come le due monofore che danno sulla piazza, realizzate con grande maestria: foglie d’acanto, fiori in rilievo dalla geometria impeccabile, trabeazioni in cui pare inscritta l’ aquila di San Giovanni che poggia sul fondo dell’arco ogivato, una faccia, forse del Cristo al centro della cuspide, e nell’altra il leone di S. Marco; e ancora facce umane sistemate nei tratti di cornice che dividono la parte inferiore da quella superiore, bestiari o figure zoomorfe poste nei peducci alla base degli archetti sottogronda alternate a motivi geometrici in una vivace esaltazione artistica di storie narrate con lo scalpello da valenti e ignoti maestri. Il Campanile, attestato già nel 1242 e costruito in due tempi diversi su cinque piani, misura 33 metri di altezza e si erge maestoso sul lato sinistro della chiesa, a dominare la piazzetta e la vecchia città che si apre tutt’intorno; i piani sono distinti da finestre ogivate scandite da esili colonnine marmoree inizialmente monofore quindi bifore, trifore e infine quadrifore in corrispondenza della cella campanaria. Infine l’abside è ornata esternamente da una loggetta con colonnine che sorreggono archetti a sesto acuto separati dalla parte inferiore da una cornice di finissima fattura che alterna motivi floreali a simboli zoomorfi. Nelle tre monofore poste sotto il loggiato absidale sono scolpite, a tutto tondo, figure tratte dalle allegorie degli apostoli: significativa quella effigiante l’apostolo Andrea al quale è dedicato il duomo. Internamente la chiesa presenta particolari di grande interesse: oltre a sei altari minori dedicati ai Santi quattro Coronati, a S. Isidoro Agricola, a S. Genesio il Mimico, a S. Ceccardo, patrono di Carrara del quale si conserva un’urna contenente il corpo esposto alla pubblica devozione ogni 16 giugno, a S. Antonio Abate e alla Vergine del Rosario, tutti con evidenti influssi rinascimentali e barocchi, meritano interesse anche altri elementi marmorei di grande qualità come il quattrocentesco gruppo dell’altare maggiore, eseguito dallo scultore fiorentino Andrea De Guadi (smontato nel Settecento e disperso in chiese di comunità limitrofe indi ricollocato in Duomo dopo i restauri del 1947) e il pulpito in marmi policromi del Cinquecento; un crocifisso ligneo risalente al XIV secolo attribuito ad Antonio Puccinelli, e le due statue trecentesche poste nella parete destra e raffiguranti l’Annunciazione, popolarmente dette “le Cassanelle” e attribuite a Giovanni Pisano. Quindi alcune nicchie contenenti sculture d’epoche varie ed una serie di affreschi trecenteschi, solo parzialmente leggibili che affiorano sulle pareti ai lati dell’altare, significativi per un’interessante veduta della città di Pisa, sotto il cui dominio Carrara era, all’epoca, sottoposta. Non meno interessante l’Oratorio della Compagnia Grande, al quale si accede attraverso un piccolo cortile posto sulla sinistra del tempio, dove è possibile osservare anche una bellissima formella del ‘400 a traforo che riproduce un vaso di fiori racchiuso da festoni circolari a frutta.
All’interno dell’Oratorio una grande vasca esagonale in marmo d’epoca cinquecentesca reca i fianchi scolpiti con formelle policrome mentre, poco più avanti un sarcofago del Quattrocento, sorretto da due angeli, porta scolpita a rilievo sulle quattro parti del prospetto una rosa; notevole l’antico schienale del coro, frammento del postergale che ornava il presbiterio. Le pareti tutt’intorno recano testimonianze di sculture di varia data e valore; di fine fattura sono la base di un candelabro scolpita a forma di due teste d’angelo vicine, un altorilievo rappresentante la Madonna col Bambino e ancora pilastrini, steli e cartelle d’epoca rinascimentale. Al centro dell’Oratorio campeggia un fonte battesimale di pregevole fattura (XVI sec.) decorato con rari marmi policromi lucidati.


IlGigante

Il Gigante (foto Daniele Canali)

Nella piazzetta antistante il Duomo, spicca in tutta la sua maestosità la Statua del Gigante cioè il Nettuno di Baccio Bandinelli, uno dei monumenti più noti e conosciuti della città alla quale appartiene, più che come semplice elemento di decoro, come parte integrante di storia di vita.
Abbozzato e scolpito in uno studio carrarese fu commissionato dai Doria allo scultore fiorentino Baccio Bandinelli ma, l’evidente incompiutezza della statua fu pretesto per rifiutarne il pagamento così, dopo incomprensioni varie fra commissionari ed artista, la statua restò in deposito “permanente” alla città fino a che nel 1563, in pieno rinnovamento urbanistico, Alberico utilizzò l’opera disconosciuta dal Bandinelli per ornare una fontana marmorea posta nella piazzetta medievale sopra la quale fu posto il Nettuno su due delfini.
Dirimpetto alla fontana sorge il palazzo che ospitava in epoca medievale le autorità comunali sebbene in Duomo si svolgesse gran parte della vita pubblica e degli uffici laici, come era tradizione in tutte le città medievali. Rimaneggiato in epoca cinquecentesca, ospita sulla facciata una piccola figura a forma di putto che nasconde con le mani il sesso: tale raffigurazione rappresenta, secondo la tradizione, il pudore offeso e ancora la tradizione narra che in questo luogo venivano esposte nude alla pubblica vergogna le mogli adultere; il sincero godimento dato dalle nudità delle donne altrui fece intermettere la pena. In verità pare si tratti del simbolo della levatrice. Dirimpetto la facciata del Duomo sorge il Palazzo dei Conti Del Medico-Staffetti, pregevole edificio con ampio androne adorno di altorilievi barocchi e corte loggiata interna: sull’angolo dello stesso, all’inizio di via Ghibellina, è incisa la data del passaggio in città di Carlo V, avvenuta il 12 maggio 1525.
Nella stessa piazza da notare la Casa Pelliccia nella quale Michelangelo trovò ospitalità durante gli otto soggiorni carraresi e, ortogonale a questa, un palazzotto rifatto in epoca rinascimentale che porta un’insegna in ferro battuto raffigurante una penna d’oca ed un calamaio simbolo dell’attività notarile, soprannominato Gancio del Negroni dove l’omonimo notaio pare fosse aduso appendere le sentenze rogate: ancor oggi, a Carrara l’espressione “essere al gancio del Negroni” indica l’essere esposto alla pubblica riprovazione.


Piazza delle Erbe (Foto Daniele Canali)

Piazza delle Erbe (Foto Daniele Canali)

Poco più avanti si apre la piccola Piazza delle Erbe, sede di un colorato e vivace mercato fino a qualche decennio fa: da lì cominciò, tra il 7 e l’11 luglio 1944, la rivolta delle donne carraresi contro l’ordine di sfollamento della città imposto dai nazifascisti.
I rioni popolari di Caina e Vezzala (1180) sviluppatisi lungo il fiume e sul versante destro del Carrione già in epoca romana, s’insinuano lungo le estreme propaggini della piana carrarese, presentando una struttura architettonica stretta e tortuosa concentrata, nel caso di Caina, attorno a via Guelfa; a Vezzala sorgeva invece un antico castello o palazzo vescovile, abbattuto dai carraresi durante una delle numerose rivolte che li videro contrapposti ai vescovi di Luni.
Tali agglomerati urbani sono nominati nei documenti più antichi assieme al quartiere del Caffaggio (1151), Grazzano (il cui assetto urbanistico è però essenzialmente tre-quattrocentesco) e Broilo (1260) che, pur trovandosi al di fuori della cerchia muraria, vissero nella prima metà del ‘200, una forte espansione edilizia che conferì loro l’assetto urbanistico tutt’oggi evidente.
Tre sono i ponti antichi che collegavano le opposte sponde del Carrione: Ponte alle Lacrime, Ponte Baroncino e Ponte della Bugia.
Il Ponte alle Lacrime, in marmo e di forma leggermente sghemba, é il centrale dei tre e conserva meglio dei precedenti il rifacimento settecentesco attestato da un’iscrizione (1737) posta nel concio che fa da chiave di volta all’arco maggiore; l’origine del nome è da ricercare nel monogramma di due S marginali che chiudono l’intreccio di A ed M a formare il nome di Maria alla quale è dedicata la chiesa prospiciente.
Verso valle s’incontra il Ponte Baroncino sulla destra del quale è ancora possibile scorgere qualche particolare della cinta muraria duecentesca.
Infine il Ponte della Bugia, posto a monte del Ponte alle Lacrime, rappresentò a lungo l’unico elemento di raccordo fra il nucleo cittadino e i rioni siti sulla sponda destra del Carrione nonché con Torano e i nuclei abitativi a monte della Città: era qui che, nelle primissime ore del mattino, le compagnie di lizzatori si davano appuntamento per reclutare uomini e salire alle cave per trasportare a valle i blocchi di marmo. Passato il ponte Baroncino e attraversata la via Carriona, una breve salita che inizia a fianco di tre cariatidi raffiguranti altrettanti mori posti a sorreggere un balcone, porta alla Chiesa di S. Giacomo, una delle più antiche dopo il Duomo. L’esterno e gli interni ad una navata sono in stile barocco, così l’orchestra a balaustre in marmo e gli arredi delle pareti laterali. Nella chiesa si conserva una statua effigiante la Madonna di Loreto (XV sec.) di pregevole fattura, una tela del Ghirlanda datata alla metà del ‘500 e la pala d’altare, sempre cinquecentesca, raffigurante la Pietà dipinta dal carrarese Jacopo Baratta. Collegato strutturalmente all’edificio della chiesa abbiamo l’Ospedale dei Santi Giacomo e Cristoforo; l’edificio, adibito ai primi del ‘900 a prima sede della Camera del Lavoro di Carrara e Paesi del Marmo, è d’epoca altomedievale ricostruito ed ampliato nel 1335; l’ingresso, ubicato accanto alla chiesa dei SS. Giacomo e Cristoforo presenta, nella parte superiore un’interessante finestra con balaustra in marmo; la parte posteriore dell’edificio ospita una loggetta a colonne doriche di epoca settecentesca al di sotto della quale, a dimostrazione della politica d’intervento architettonico a “strati”, troviamo la più antica indicazione del nome dell’arteria fondamentale della città vecchia: un cartiglio marmoreo recante la scritta “Via Cariona MDLX”. Nel lato della via prospiciente il vecchio ospedale (Salita S. Giacomo), dirimpetto alla Chiesa, si nota una bella Madonna d’epoca settecentesca in altorilievo mentre, poco più avanti, un bassorilievo del 1564 in marmo bianco con cornice di bardiglio, illustra il trasporto dalla Palestina in Italia della Casa di Nazareth.


Statua del Cavallo (Foto Daniele Canali)

Statua del Cavallo (Foto Daniele Canali)

Oltrepassata la porta di Grazzano, si giunge alla porta della Lugnola, dove il 10 maggio 1557 si pose la prima pietra per la costruzione delle mura albericiane. Ambedue le porte furono atterrate agli albori del secolo scorso; sono invece ancora visibili parti di quelle mura, integrate negli edifici di via Apuana, di via Lombarda e nei bastioni compresi nella struttura delle scuole elementari Marconi a Grazzano. Passato il settecentesco ponte della Lugnola a cui fu affiancato il nuovo ponte ottocentesco di via Apuana, si giunge alla Chiesa delle Grazie, voluta da Carlo I e consacrata sotto Alberico II nel 1676. La forte impronta dell’architetto-scultore Alessandro Bergamini è evidente nella sapienza che armonizza mirabilmente, pur nella ricchezza decorativa e coloristica tipica dell’arte barocca, scultura ed architettura in un’opera di grande effetto visivo ed artistico.
Risalendo la via Carriona verso il ponte delle Lacrime, si raggiunge la Chiesa di S. Maria delle Lacrime (dall’immagine qui trasportata nel 1651, proveniente dalla Lugnola, dipinta a metà del ‘500 da Domenico Utens, carrarese, figlio del pittore fiammingo Giusto Utens) che, posta nel cuore della città sul lato destro del Carrione di fronte alla Fonte della Sirena, è certamente uno degli esempi migliori di architettura religiosa barocca del XVII secolo in ambito locale. La facciata con porticato sobrio e lineare, un altare maggiore e due altari laterali in marmo bianco intarsiato con marmi policromi all’interno, rivelano l’ottima capacità artistica di relazionare gli spazi e i volumi. Costruita per volere della Confraternita della Rosa o dei Disciplinati nel 1650, la chiesa è collegata al vicino palazzo Monzoni da un matroneo. Questo edificio seicentesco che ospitò fino al secolo scorso gran parte degli illustri visitatori di famiglie reali e principesche giunte in città per ammirare le cave, ha saloni ricchi di intarsi marmorei, un porticato a colonne, una fonte con statua e un bel giardino che confina con la via del Caffaggio. Poco distante, sempre risalendo via Carriona si incontra la statua, presumibilmente di età romana, detta del Cavallo, figura equestre posta in una nicchia, dove sorgeva la omonima porta rinascimentale.


In questi luoghi affascinante resta il girovagare curioso tra vicoli e stradine, risalire la scalinata mediterraneggiante del Baluardo, godere della luce tagliente e ricca di contrasti del mezzogiorno, visitare i laboratori artigiani di marmisti, scultori ed intagliatori che ancora, dopo cinque secoli, si affacciano sulla via Carriona, con una pervicacia encomiabile. Da qui si risale verso il bel viale alberato di Potrignano oppure percorrere il lastronato di Vezzala verso il Ponte di Ferro (1875), primo ponte della Ferrovia marmifera in direzione delle cave e ridiscendere nell’ariosa città ottocentesca progettata e costruita dall’Ing. Leandro Caselli, ammirata da valenti architetti contemporanei e trascurata un poco dai locali, con le sue prospettive rettifile, ordinate e sobrie sopra cui torreggiano l’imponente palazzo delle scuole elementari Saffi, l’Asilo Garibaldi, la Caserma Dogali. Il lungo muro che sosteneva il poggio del giardino ducale, ora piazza Gramsci, divideva fisicamente a metà Ottocento la città “popolare” da quella “borghese”. Quell’ampio polmone verde è oggi il giardino di Carrara. Lì sorge il Monumento a Pellegrino Rossi, opera di Pietro Tenerani e il Palco della Musica, dove nei giorni festivi la Banda Musicale Cittadina “Giuseppe Verdi” allietava la passeggiata dei carraresi. Tutti questi grandi edifici conservano la destinazione di uso pubblico.


Politeama Verdi (Daniele Canali)

Politeama Verdi (Daniele Canali)

Interessante, lungo via Verdi, un tempo stradone di S. Francesco dove si concentravano gli studi di scultura di Carrara, la casa dello scultore Piccini dalla facciata arricchita da una serie di medaglioni neoclassici in terracotta opera del grande scultore Thorwaldsen. Sullo sfondo la seicentesca Chiesa di S. Francesco, voluta da Alberico nel 1619 presso il Convento dei Frati Minori Osservanti sorto qualche decennio prima alla in località detta ‘Calamecca’; qui ebbe lo studio il valente pittore francese Giovanni Desmarais nel periodo in cui la chiesa fu sconsacrata. In piazza XXVII aprile, poco sotto la chiesa, vi è tutt’oggi il noto laboratorio di scultura Nicoli, uno tra gli ultimi grandi studi di scultura sopravvissuti nel carrarese. Carrara possiede poi un teatro ed un politeama, frutto della vivace stagione ottocentesca: il Teatro Animosi e il Politeama Verdi.
Il Teatro degli Animosi (1839) fu progettato dall’architetto lucchese Giuseppe Pardini: all’attuale facciata marmorea con al centro un pronao retto da sei pilastri dorici che sostengono una trabeazione riccamente scolpita su cui poggiano le colonne ioniche del secondo piano, doveva esser aggiunta una scalea, anch’essa in marmo, che conduceva al piano superiore.
L’interno prosegue l’impostazione neoclassica dell’intero edificio come rivelano le eleganti colonne del vestibolo, gli stucchi leggeri, i velluti e la struttura del palco e delle logge laterali. Interessante il piccolo ridotto, il Casino Civico, sede della “buona società” degli industriali e dei commercianti del marmo, che ancora conserva stucchi d’epoca nell’elegante sala degli specchi. Il Teatro rivestì nella storia della città un ruolo fondamentale perché alle stagioni liriche e teatrali che la borghesia locale organizzava, partecipava in massa, dal loggione, anche un fitto e variopinto popolo di appassionati capace di saltare pranzo e cena pur di acquistare il biglietto per l’opera lirica; ben presto Carrara si guadagnò la fama di piazza rinomata e difficile: un successo qui significava garanzia di successo nazionale mentre, un fiasco rappresentava una seria ipoteca sul futuro dell’opera rappresentata. Come ricorda Charles Dickens quando nel 1844 visitò Carrara, i cavatori erano soliti formare un coro per cantare brani e arie di famose opere liriche, e il gusto di cantar l’opera nelle cantine o il mandare a memoria interi libretti d’opera è ancora diffuso. Dietro il teatro, in un largo con giardino di palme è il Monumento a Giuseppe Garibaldi scolpito da Carlo Nicoli nel 1889 per onorare il patriota assai caro alla tradizione democratica e risorgimentale della città.

Piazza Garibaldi (Foto Daniele Canali)

Piazza Garibaldi (Foto Daniele Canali)


 

L’amore per la lirica porterà anche alla costruzione nel 1892 su disegno dell’Ing. Leandro Caselli, del Politeama Giuseppe Verdi che soddisferà per più generazioni il pubblico carrarese e anche Giacomo Puccini. E’ il secondo teatro della Toscana per posti a sedere e dimensioni, e la platea può essere rimossa per fare posto alla pista circense. Sorge su piazza Farini, oggi Matteotti, il nuovo fulcro urbanistico cittadino di fine secolo, inaugurata nel 1880 sul suolo precedentemente occupato dal cimitero napoleonico ricollocato in località Marcognano con la costruzione del Cimitero Monumentale.


Di grande interesse storico ed artistico è l’anello di ville e residenze signorili che circonda la città. La Villa del Colombarotto, acquistata da Carlo Fabbricotti dal Conte Ferdinando Monzoni e ricostruita nel 1856 su disegno di Domenico Serri su un rialto di terra circondato da un ampio giardino ricco di essenze esotiche e di agrumi. In quel giardino sorgono oggi il Palazzo Comunale e la Camera di Commercio. Quindi, discesa la scalinata in direzione di via Rosselli, troviamo il palazzo Lazzerini, costruito nel 1847 su disegno di Giuseppe Pollina, ornato da una statua raffigurante un angelo benedicente in ginocchio modellata dallo scultore tedesco Hensel ed eseguito dallo stesso Lazzerini. Sulla facciata è posta una lapide in ricordo di Guglielmo Walton, imprenditore inglese che ebbe un ruolo determinante nello sviluppo dell’industria carrarese costruendo il primo pontile caricatore alla marina (1851) e la prima grande, moderna segheria a Groppoli (1858). A Montia, nella collina dirimpetto il Colombarotto, sorge la Villa Fabbricotti Carlo, costruita nel 1880-82, in uno stile non dissimile dalla Villa Fabbricotti Bernardo detta “La Padula” (1890): entrambe ricordano fortemente Villa Lemmi a Firenze e sono immerse in parchi di essenze rare e locali; la Padula in particolare, con grande parco all’inglese, nasceva come tenuta con edifici, annessi agricoli, stalle ecc. Notevole pure Villa Biggi a Fossola e Villa Robson a San Ceccardo, ambedue degli anni ’20 del nostro secolo. Queste costruzioni otto-novecentesche, profondamente collegate allo sviluppo capitalistico dell’industria dei marmi, trovarono un humus favorevole nella tradizione già avviata fin dal ‘600 dalle grandi famiglie di commercianti di marmi quali i Lazzoni e i Del Medico. Residenze di campagna immerse nelle colline fittamente coltivate a vite, ulivo e agrumi, assumono una precisa funzione di magnificazione di una rapida ascesa sociale.


Una dozzina di ville sei-settecentesche, di casini di caccia e di svago caratterizzano il territorio carrarese in direzione del mare. Ne è splendido esempio la Villa dei Conti Del Medico a Fossola, ricca di marmi, con annessa cappella gentilizia. Nei decori pittorici che contraddistinguono gli interni è visibile una rara veduta settecentesca del borgo di Moneta. Poco distante sorge il Casino di Caccia dei Del Medico, con due torrette alle estremità della recinzione muraria e una grande balaustra marmorea ormai rovinata, come il resto del complesso architettonico. Sempre a Fossola Villa Cucchiari, già Baratta, con cappella gentilizia ricca di marmi scolpiti ed intarsiati. Quindi la villa Dervillè di Monticello costruita nel 1783 da Antonio Orsolini. Poi la Villa Pellini già Lazzoni a Frassina, ; il casino Del Medico a S. Antonio, già dei Lazzoni, posto all’interno di un ampia tenuta agricola; l’oratorio conserva un bel crocifisso marmoreo un tempo appartenuto all’altare maggiore del Duomo. La villa Lazzoni di Cavajola, splendido esempio di residenza patrizia di inizio Settecento, edificata nel 1720 da Giulio Lazzoni al culmine di una magnifica prospettiva di platani che, dalla via Provinciale per Sarzana la vecchia Aurelia, saliva verso la collina. Infine, la Villa Del Medico, quindi Ceci, presso la macchia di Avenza e la Villa Monzoni, costruite ambedue ai primi del Settecento.


Spiaggia con apuane di sfondo (Foto Daniele Canali)

Spiaggia con apuane di sfondo (Foto Daniele Canali)

Diversamente da quanto accadeva per Massa, la piana carrarese, eccezion fatta per Avenza, fu tra Sei-Ottocento proprietà delle più eminenti famiglie di commercianti di marmi, che avevano ottenuto dai Cybo la proprietà di terre un tempo comuni o demaniali. Iniziava quindi una intensa fase di investimenti nell’agricoltura e nelle colture viticole, olivicole e agrumicole della piana e delle colline circostanti: terre “nuove” sottratte alle vicinanze e alla piccola proprietà diretta tipica della piana massese ma la diversa composizione sociale delle due città, come la diversa ricchezza disponibile, diedero esiti disparati. Solo a partire dalla costruzione dei pontili caricatori si svilupperà rapidamente l’insediamento abitativo alla marina, ancora una volta collegato ai mestieri legati al marmo e alla navigazione.


Avenza (Foto Daniele Canali)

Avenza (Foto Daniele Canali)

Avenza (Laventia nei documenti più antichi)aveva rappresentato tra medioevo e rinascimento l’unico aggregato urbano di qualche rilievo a valle della città: la conquista di Castruccio Castracani nel 1322, riformula la struttura del territorio edificando presso le spiagge di imbarco dei marmi una fortezza temibile, sviluppata su di un impianto preesistente che prevedeva la fortificazione degli altri tre castelli del territorio carrarese ed in particolare del Castello di Moneta. Menzionato già nel 1135, conserva tuttora l’impianto della fortificazione quattrocentesca realizzata da Spinetta Campofregoso tra 1450 e 1460. Il castello versa in stato di grave abbandono da ormai tre secoli, eppure è uno dei più vasti e muniti sistemi fortificati di tutto il territorio lunense; molte opere, specie della chiesa, furono trasferite nella nuova parrocchiale di Fossola nel corso dell’Ottocento com’è per un notevole bassorilievo cinquecentesco raffigurante la Madonna con Bambino, San Giovanni e Sant’Andrea, un frammento di un bassorilievo sempre cinquecentesco raffigurante il Battesimo di Gesù e per una Madonna (XVI sec.) e Madonna con santi (XV sec.); Nel cinquecentesco complesso conventuale del Romito, nelle colline sopra Bonascola, sapientemente restaurato, vi sono splendidi affreschi del Ghirlanda di notevole valore storico-artistico. Poco resta invece della Fortezza del Castracani ad Avenza, solo una torre sventrata, esito della demolizione sciagurata del 1867 al fine di farne sassi come è successo anche all’antichissima pieve di Monte Libero, divenuta materia per cemento. Il borgo attorno al castello si è sviluppato inizialmente sulla direttrice muraria dello stesso per poi espandersi notevolmente a partire dalla metà del secolo scorso. La Chiesa di San Pietro, a tre navate tra le più antiche del territorio, vanta un crocifisso ligneo, databile al XII secolo che la tradizione vuole fosse trasportato da Luni. Nella parete del coro sono poste tre statue rappresentanti la Madonna con Bambino, San Pietro e San Marco, S. Antonio Abate tutte del XVII secolo; il pulpito intarsiato di marmi policromi fu eseguito nel 1756.


Torano (Foto Daniele Canali)

Torano (Foto Daniele Canali)

Un cenno meritano anche i paesi a monte della città nati, generalmente, come antichi borghi murati sebbene pochi studi abbiano affrontato sistematicamente questo aspetto della nostra storia. Borgo fortificato fu infatti Castelpoggio dove, a fine Ottocento, erano ancora visibili gli avanzi di un castello dell’XI secolo, dominato da un torrione quadrato. In paese vi era inoltre un ospitale per i pellegrini ricordato già nel 1151. A Noceto, immerso tra castagneti centenari, la settecentesca chiesa è annessa ad un piccolo convento dei frati Minori; a Gragnana, fra l’intrico di volte, scalinate e viuzze, la località detta la Torre individua il luogo in cui sorgeva un torrione medievale, punto di convergenza della cinta muraria del paese; a Sorgnano una torre posta sopra una volta segnava l’antica porta del borgo murato medievale mentre, poco fuori il paese, una volta eseguita con conci regolari, raccoglie le acque di una fonte spontanea in luogo ancora detto peschiera. A Gragnana la settecentesca chiesa di San Michele ha il portale, il pulpito e il magnifico coro di noce intagliato provenienti dalla distrutta chiesa di S. Pietro in Bagnara in Massa; di un certo interesse pure il grazioso barocco Oratorio di S. Antonio da Padova. Oltre le testimonianze medievali permangono ancora, in alcuni paesi, tracce dell’origine romana: è il caso di Torano, uno dei primi insediamenti romani sul territorio carrarese, che mantiene la sua fisionomia antica, tra case abbarbicate l’una sull’altra, sovrastate dalle cave che da secoli danno i migliori marmi statuari del carrarese. Il paese ha dato i natali allo scultore Giandomenico Guidi (1625) e al grande statuario Pietro Tenerani (1789). Questi amava molto, ogni volta che tornava a Torano, fare scoprire il pregevole affresco cinquecentesco della Madonna degli Abbandonati, posto sotto l’architrave dell’altare maggiore, rappresentante la Madonna con il Bambino, S. Giuseppe, S. Giovanni Battista, S. Pietro e tre angeli. L’altare cinquecentesco è inoltre arricchito da un altro affresco coevo, raffigurante la Deposizione dalla Croce di Nostro Signore e da un terzo affresco posto sulla volta del coro, probabilmente secentesco, raffigurante il Padre Eterno circondato da una gloria di Santi e di angeli. Nell’altare di Santa Apollonia si conserva una statua copia originale di quella scolpita dal Guidi in Roma ed inviata al paese d’origine. Tra i pregevoli altari e il pulpito con il bassorilievo di San Giovanni Evangelista eseguito da Giovanni Antonio Berté sul finire del XVIII secolo, bisogna menzionare la lunetta affrescata sulla facciata, sempre del XVI secolo e cinque tavolette lignee del XV secolo, raffiguranti San Giovanni, San Matteo, San Luca, San Marco e il Redentore. Nella piazzetta antistante la chiesa vi è la fontana e l’oratorio barocco dei Santi Quattro Scultori Martiri, celebrati in un bassorilievo quattrocentesco all’interno della chiesetta. Quindi, proseguendo nei vicoli, troviamo due piccole lapidi sepolcrali di età romana scoperte durante la costruzione della casa che le ospita e murate sulla facciata, e l’oratorio della SS. Annunziata con due figure in statuario di S. Antonio da Padova e S. Luigi.
Le alture intorno al paese, ricche di grotte e di anfratti naturali, già oggetto di studi per opera dello Spallanzani, fanno da suggestiva cornice alla borgata. Nei bacini marmiferi di Crestola, del Polvaccio e quindi di Fantiscritti sopra Miseglia e a Fossacava presso Colonnata, sono state rinvenute numerose testimonianze archeologiche di epoca romana: statuette, iscrizioni, are votive, basamenti di colonne, capitelli e naturalmente cave e tagliate. I primi sono perlopiù raccolti presso il Museo del Marmo, le ultime appartengono al Parco Archeologico delle Cave Romane. Oltrepassato il paese di Miseglia, luogo natale del celebre giurista Pellegrino Rossi (1789), che conserva nella parrocchiale un pregevole pulpito marmoreo del XVII sec. e nell’Oratorio del Crocifisso i resti di un affresco di qualche pregio, si giunge ai Ponti di Vara, ardita realizzazione dell’ingegneria ferroviaria del XIX secolo. Qui passava la Ferrovia Marmifera per il trasporto a valle dei marmi, collegando i tre bacini marmiferi di Torano, Miseglia e Colonnata attraverso una serie di viadotti, ponti e gallerie: il primo tronco fu inaugurato nel 1876 e l’intera opera, tra le più ammirate realizzazione dell’ingegneria ferroviaria del secolo scorso, fu completata nel 1891. Tutti questi paesi sono racchiusi in uno scenario incantevole e lunare, tra fitti boschi di castagno e di faggio, ravaneti e cave sovrastate dal Monte Maggiore. Colonnata, che diede i natali al poeta e scultore Danese Cattaneo (1509), sorge in una posizione suggestiva, erta su di uno sperone tra le bianche colate dei ravaneti delle cave circostanti: da qui si possono ammirare i grandi bacini marmiferi di Gioia. Bedizzano, luogo di numerosi ritrovamenti d’età romana, un tempo residenza estiva dei principi Cybo e di illustri famiglie della corte, conserva un palazzotto rinascimentale e una bella fonte marmorea composta da tre mascheroni e un vascone posta sulla piazza ai tempi di Alberico. La parrocchiale di San Sisto ha sulla facciata una nicchia con due pilastrini e capitelli tra i quali è sistemata una graziosa Madonna con Bambino che tiene in mano un uccelletto; imponente la Chiesa della Beata Vergine della Pietà, posta nella selva di castagni sotto il paese e costruita da Carlo I. Infine Codena, con l’interessante Oratorio di Santa Croce, edificio cinquecentesco rimaneggiato nel secolo scorso e Bergiola, da cui si gode una vista magnifica sullla piana lunense. Altrettanto piacevole il panorama che offre Fontia, piccolo borgo che domina le dolci colline terrazzate sottostanti e le Apuane, mentre dall’antica chiesetta di S. Lucia si gode una vista meritatamente celebrata che si stende dal Golfo di La Spezia a Livorno: di sera questo ampio tratto di costa appare come una interminabile teoria di luci. Infine, percorrendo la strada statale per Fosdinovo e Fivizzano si devia per Campocecina, a 1200 metri di altitudine: qui, alle pendici del Monte Sagro si domina un orizzonte magnifico che abbraccia le cave di marmo, la costa toscana e quella del Levante ligure, fino ad incontrare le isole dell’arcipelago e le montagne della Corsica.

Vista da Campocecina (Foto Daniele Canali)

Vista da Campocecina (Foto Daniele Canali)

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