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Aulla, Podenzana e Tresana

La statale del Cerreto che segue il corso dell’Aulella non fa giustizia all’antico castello di Bigliolo, già noto nell’XII secolo e adesso rudere, ultimo baluardo del potere vescovile a difesa di Soliera e noto per le atrocità ivi commesse da Giovanni dalle Bande Nere quando i castellani rifiutarono di assoggettarsi al suo dominio. I ruderi non rendono giustizia agli uomini, ma al tempo. Così è anche per il borgo di Olivola, sorto alla sommità di un colle che strapiomba sulla confluenza tra i torrenti Arcinasso e Dorbola, un tempo passaggio obbligato tra la pieve di Soliera e quella di Venelia. Dipendente nel 1211dal capofeudo di Mulazzo, quindi nel 1221 dal ramo dei Malaspina di Filattiera, Olivola divenne nel 1275 sede di uno dei più vasti feudi malaspiniani che comprendeva la valle del Taverone e quella della bassa Aulella. Francesco Malaspina, condottiero e guerriero ne era a capo e, come sovente accadde al suo casato, ne cedette parte per onorare debiti. L’ampio castello quadrangolare era posto all’estremo del borgo murato che si svolgeva linearmente sulla sommità del colle. Prima del terremoto del 1920 erano ancora ben visibili i quattro torrioni angolari di forma cilindrica e, all’interno, diversi ordini di loggiati sorretti da colonne. Sebbene abitato fino ai primi del secolo, era stato abbandonato dai marchesi di Olivola fin dal ‘600 ché avevano preferito trasferirsi nel palazzo signorile costruito a Pallerone, nella fertile vallata sottostante. Il paese nacque come borgo murato concentrico abitato a partire dal Tre-Quattrocento: le strutture del borgo sono ancora visibili in qualche misura nella parte del paese detta Verdendro. Il palazzo marchionale, appoggiato al vecchio castello, possedeva affreschi di buona fattura che una trentina di anni orsono si preferì sostituire con un moderno intonaco. Poco resta della residenza signorile sei-settecentesca, se non qualche salone voltato e due busti marmorei degli ultimi regnanti di casa d’Este, opportunamente fissati al pregevole camino in pietra. E’ invece interessante il presepe meccanico, ingegnosa opera di bravi artigiani del posto, mèta della curiosità di numerose scolaresche e famigliole. Quando la stretta gola dell’ Aulella si chiude prima di gettarsi nel Magra, si raggiunge Aulla. L’attuale volto urbanistico e la prioritaria funzione economica e sociale di Aulla nella Lunigiana odierna non rendono l’idea esatta dell’importanza storica di questo crocevia nel corso dei secoli. Notevole fu infatti l’importanza, più che del borgo, del territorio circostante con gli importanti monumenti storici che conserva. Poco rimane del borgo medievale di Aulla, pesantemente distrutto dai bombardamenti aerei dell’ultima guerra, e a malapena si intravedono le vestigia della importante abbazia benedettina di San Caprasio, murate nell’abside della chiesa parrocchiale. Per certo le maggiori vestigia del passato si hanno con l’imponente mole della fortezza della Brunella, d’epoca rinascimentale, che sorge sull’omonimo sperone di roccia posto alla confluenza dell’Aulella con il Magra. Iniziata dal marchese di Aulla Jacopo Ambrogio Malaspina tra la fine del XV e i primi anni del XVI ed ampliata da Giovanni dalle Bande Nere dopo il 1522, fu completata nel 1553, dieci anni dopo l’acquisto del feudo di Aulla da parte del patrizio genovese Adamo Centurione. L’impianto quadrangolare della fortezza, con caratteristiche simili a quella di Civita Castellana, induce il sospetto che la mano della scuola dei Sangallo non sia estranea all’edificazione dell’arce aullese. La fortezza, completamente restaurata è sede del Museo di Storia Naturale della Lunigiana e si pregia di un giardino pensile, voluto dalla famiglia inglese dei Waterfield che abitò la fortezza tra gli anni ’20 e ’60 di questo secolo ponendo mano ai primi restauri conservativi della rocca.

Dinnanzi la fortezza della Brunella, sopra un colle elevato raramente avvolto dalle nebbie della sottostante vallata, è l’interessante borgo medievale di Bibola, arroccato ai piedi dei ruderi dell’imponente castello. Il castello di Bibola, già castron bizantino nel VI secolo come attesta la Cosmographia dell’Anonimo Ravennate, fu per tutto l’alto medioevo il nodo centrale della viabilità tra la Lunigiana interna e la Lunigiana costiera. Caposaldo formidabile all’interno della rete dei possessi vescovili, Bibola è un classico esempio di castello assegnato in consorteria, essendo contemporaneamente dei vescovi-conti di Luni, dei Moregnano, dei Bianchi d’Erberia, degli Attocani di Lucca fino a divenire, nel ‘200, teatro dell’aspra lotta tra i Malaspina e i Vescovi di Luni per il possesso della valle. Gli imponenti ruderi del castello vescovile dominano uno dei più suggestivi panorami dell’intera Lunigiana e il borgo si svolge concentrico attorno al colle, con le case addossate le une alle altre, collegate da numerosi camminamenti in galleria, con imponenti finestroni che si aprono nell’antica cortina del borgo murato. Poco sotto Bibola s’incontrano i ruderi del castello di Burcione, avvolti da lecci, la cui imponenza fu riportata alla luce nei primi anni Settanta da una vasta campagna di scavi. E pochi ruderi restano pure a ricordo del castello della Brina e di quello di Stadano, che fu dei signori di Burcione; entrambi sono importanti più per l’impulso dato alla ricerca storica sui primi incastellamenti alto medievali che non per la attuale consistenza ridotta, ormai da secoli, a pochi e modesti ruderi. Interessante invece il borgo murato di Ponzanello, che ripropone il modulo costruttivo di Bibola con l’aggiunta di un grazioso loggiato cinquecentesco visibile non appena varcata l’antica porta delle mura. Anche qui restano le possenti cortine murarie del castello vescovile che versano in uno stato di ingiustificato abbandono. Tutti questi borghi murati e castelli, sovente in comunicazione visiva tra loro, costituivano un vero e proprio sistema di cerniera militare tra l’interno e l’esterno della valle nonché un presidio sulla viabilità di mezza costa, la principale fino al ‘500, che collegava la costa con l’interno e i valichi appenninici con lo snodo per la Val di Vara e il genovesato. Ma è Caprigliola la vera chiave di accesso alla valle, almeno dal XVI secolo, visto che i fiorentini, a cui gli abitanti avevano giurato dedizione già nel 1404, pensarono bene di cingerla di possenti mura, tuttora visibili e ben conservate. Le mura medicee, costruite nella metà del ‘500, cingono il borgo medievale già fortificato dai vescovi di Luni, che in Caprigliola avevano un loro castello, risalente al X secolo, utilizzato anche come palazzo di residenza estiva. Del castello vescovile restano il cassero e parte delle mura nonché l’imponente torre cilindrica, di grande pregio architettonico, con doppio ordine di beccatelli e tripla fila di archetti a rilievo, ora funzionante come campanile della parrocchiale. Fino ai primi del secolo, sotto Caprigliola, in località detta Bettola, era ancora possibile osservare i ruderi di un grande ponte medievale che collegava le due sponde della valle, raccogliendo due dei numerosi rami della via Romea. Caprigliola è un suggestivo biglietto da visita della Lunigiana, e non è raro che al viaggiatore che risalga l’autostrada della Cisa gli si pari dinnanzi avvolta in una luce suggestiva ammorbidita da una fitta cortina di nebbie che si stracciano al contatto con l’aria tiepida della costa.

La diramazione che parte della statale 63 permette l’accesso ad Albiano, che mantiene ancora alcune delle caratteristiche di borgo murato, come la porta di accesso inferiore. Proseguendo per qualche chilometro per la Val di Vara si incontra la romanica pieve di S. Andrea con la caratteristica facciata a conci squadrati di pietra ocra, su cui è inserito un interessante altorilievo scolpito raffigurante il pellegrino medievale. Dietro la parte absidale, con archetti aggettanti ornati da figure simboliche e zoomorfe, vi è un piccolo cimitero che ha il sapore di Spoon River, con vecchie lastre tombali marmoree che evocano cronache di tragedie quotidiane di povera gente, di famiglie emigrate nelle Americhe e lì scomparse. Risalendo per Montedivalli, si incontrano numerosi aggregati di case rurali e scene di vita contadina confinata ai limiti della civiltà industriale. Il paesaggio si fa sereno e luminoso, con in lontananza il riverbero del mare. Si può quindi ridiscendere verso Aulla ed incontrare il santuario della Madonna della Neve, il castello di Podenzana, pesantemente rimaneggiato nei decenni trascorsi; oppure inoltrandosi verso Tresana attraverso scorci magnifici di poderi agricoli strappati al fitto bosco, incontrare vecchi ponti di pietra e giungere a Giovagallo dove Moroello Malaspina, il leggendario “Vapor di Val di Magra” di dantesca memoria, ebbe il suo castello. Di questo restano solo i ruderi della torre sommersi tra la vegetazione e, difficilmente individuabili, sono le mura a forma ellittica che cingevano la sommità del colle. Il borgo, abbastanza distante dal castello ma che con questo sempre condivise il nome, è ormai poca cosa. Notevoli invece i ruderi della parrocchiale, che i principi Corsini, nobile famiglia fiorentina che ebbe il feudo dagli spagnoli nel ‘600, impreziosì di un monumentale portale marmoreo e di altari affrescati, sormontati dalle armi araldiche di famiglia. Quei ruderi possono essere presi ad esempio della stupidità umana: visto che né terremoti né guerre erano riusciti ad atterrare la chiesa di Giovagallo, qualcuno, una quarantina di anni or sono, pensò bene di abbattere una delle più notevoli chiese di Lunigiana per costruire, poco distante, una fabbrica in cemento armato che assomiglia ad un moderno annesso agricolo per la produzione di latte. Di recente alcuni volonterosi hanno rimontato il portale nella sede originale sottraendolo alla attività lubrica di un onesto pollame rustico. Tresana, divenuto feudo nel 1559 dopo essersi staccata da Lusuolo, conserva i ruderi del castello marchionale, già male in arnese alla fine del ‘600. I ruderi della torre, contrapposti alla chiesa parrocchiale di fattura barocca, si raccolgono alla sommità del piccolo borgo che possiede una suggestiva piazzetta. Il marchese di Tresana ebbe privilegio imperiale di batter moneta e i discendenti ne coniarono di diverse qualità, specie false, al punto di incorrere nella scomunica papale, non tanto per questioni etiche, quanto per avere falsificato la moneta pontificia. Il dispotismo violento di quei marchesotti portò i sudditi a numerose turbolenze, l’ultima delle quali fu una vera e propria rivolta con assalto al castello e il tentativo di fare la pelle al signor marchese, che comunque dipartì per cause naturali. Di contro, se il castello di Tresana è da secoli un suggestivo rudere, il piccolo, prezioso castello di Villa di Tresana, restaurato da Amalia di Baviera è stato riportato a nuova vita e con esso il sottostante borgo.

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